Interviste Cinema

A Dangerous Method: intervista a David Cronenberg

A Venezia, dove il film è stato presentato in Concorso, abbiamo intervistato il regista canadese...

A Dangerous Method: intervista a David Cronenberg

A Dangerous Method: intervista a David Cronenberg

A Venezia, dove il film è stato presentato in Concorso, abbiamo intervistato il regista canadese di A Dangerous Method.
Ecco cosa ci ha raccontato.

D: Cosa ha trovato di affascinante in questa storia? Questo è un film abbastanza diverso da quelli che fa di solito. Qui si parla del lato razionale e di quello emotivo del personaggio principale, è una storia intensa.

R: Devo dire che a me non sembra così diverso dagli altri. Abbiamo dei personaggi carismatici, molto forti, degli scienziati, dei medici, argomento che ho già trattato in passato. Abbiamo un triangolo amoroso, molto inusuale, anche di questo mi sono già occupato. Quindi non c’è niente di nuovo a parte il fatto che queste persone si basano su personaggi storici. Quando lavori a qualcosa del genere, vorresti cercare di resuscitare queste persone, riportarle in vita. Mi piacerebbe parlare con Freud, con Jung, andare a bere qualcosa con Otto Gross. Vorrei che tornassero in vita, allora conduco delle ricerche molto accurate con gli attori. Anche Christopher Hampton ha svolto le sue ricerche per scrivere la sceneggiatura. Abbiamo fatto il possible per ricreare queste persone, ecco l’elemento inusuale per me, non ho mai affrontato quest’aspetto prima d’ora. Le persone della storia sono tutte brillanti, eloquenti, sono in grado di esprimere il loro pensiero anche quando è astratto e complesso, poi c’è l’elemento sessuale che si mescola con l’intelletto, sono passionali riguardo le loro idee e da qui nasce anche la passione sessuale e tutto si mescola. È strano, potremmo quasi paragonarlo a Crash, la mia versione di Crash, non quella di Paul Haggis. Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a lavorare a questo progetto.

D: È la storia di alcune persone che vogliono infrangere le regole, distruggere i tabù, cambiare la società. Cosa mi dice di questo aspetto del voler rivoluzionare la società, in un momento storico dove c’era segretezza e…

R: Repressione... Credo sia vero e da artista è facile capire questa situazione, l’idea di un personaggio instabile che non accetta la realtà della società come la vera realtà e crede che ci sia qualcosa sotto, letteralmente nell’idea di Freud, il subconscio, la coscienza nascosta. Nel film facciamo un tentativo artistico. Non accettare quella che è la visione ufficiale della realtà, credi che ci sia qualcos’altro e vuoi arrivare a quello. Penso che questo sia l’obiettivo di ogni artista e anche per gli attori è così. Quando interpreti una scena ti chiedi di cosa parli veramente la scena, cosa c’è sotto. Nella società di Vienna, Zurigo, in Svizzera, tra il 19° ed il 20° secolo, tutto era controllato benissimo, tutto funzionava bene, tutti credevano nel progresso, credevano che l’uomo si stesse evolvendo sempre di più, che si allontanasse sempre di più dal mondo animale per avvicinarsi a quello degli angeli, ma il prezzo da pagare era la repressione ed il controllo, la censura di un certo tipo di creatività non ufficiale. Freud infranse tutte queste regole, qualunque cosa facesse o non facesse, sicuramente cambiò la società e tutti glielo riconobbero, era considerato una persona molto pericolosa.

D:: È interessante il fatto che nel film si parli della vita privata di questi due personaggi che a quel tempo erano come rockstar, erano famosi anche in America. Penso sia interessante proprio questo: sono famosi, sono popolari, sono sotto gli occhi di tutti, ma allo stesso tempo chiudono la porta, si ritrovano in una stanza ad esercitare la loro professione di psichiatri.

R: Sì. Questi personaggi, queste persone dovettero combattere per ottenere un riconoscimento. Sicuramente Freud lottò per il riconoscimento della psicoanalisi come una procedura medica legittima. C’erano molti ostacoli in questo senso.Uno di questi, del quale lui si rendeva conto, era il suo essere ebreo. Una delle ragioni per le quali voleva che Carl Jung diventasse il nuovo capo della psicoanalisi era perché non era ebreo. Sapeva che in quel periodo a Vienna l’antisemitismo era molto forte, era accettato da tutti. Lo sapeva perché tutte le persone del suo circolo erano ebree. Pensava che ciò che aveva inventato e capito poteva essere bollato come una scienza ebrea e quindi rifiutato per questo motivo. Dovettero sostenere molte battaglie prima di essere considerati i capi di una nuova scienza medica.

D:Per quanto riguarda Sabina Spielrein, in un certo senso è una donna eccezionale, in un periodo durante il quale le donne non si occupavano di scienza.

R: Sì, è vero. Sabina fu una precorritrice, non sapevamo nulla di lei fino al 1977, quando a Ginevra furono scoperte le lettere che scrisse a Freud e a Jung. Solo allora si venne a conoscenza della profonda influenza che lei ebbe sul pensiero di entrambi. Era una donna russa che arrivò da Jung come paziente all’età di 18 anni e si rivelò tanto brillante non solo da essere analizzata ma anche da analizzare e divenne anche lei una psicoanalista. È una storia incredibile fatta di ossessione, passione, intelletto, sessualità, tutti elementi meravigliosi.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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