Interviste Cinema

A Cannes 2016, una scelta morale. La fille inconnue: i fratelli Dardenne presentano il loro decimo film

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Nella conferenza stampa dei due autori belgi, più volte vincitori al festival, si ribadisce il valore della responsabilità individuale.

A Cannes 2016, una scelta morale. La fille inconnue: i fratelli Dardenne presentano il loro decimo film

La fille inconnue è il decimo film degli acclamati registi belgi Luc Dardenne e Jean-Pierre Dardenne, che racconta i tentativi di una giovane dottoressa (Adèle Haenel) di scoprire l'identità di una ragazza sconosciuta, trovata morta dopo che lei non ha aperto la porta quando ha sentito suonare il campanello a studio ormai chiuso. Da lì parte la sua angosciata e determinata ricerca per scoprire il nome della ragazza e chi le ha fatto del male. La fille inconnue è anche il settimo film dei Dardenne in concorso a Cannes, dove hanno vinto la Palma d'oro nel 1999 con Rosetta e con L'enfant nel 2005, il premio per la miglior sceneggiatura nel 2008 con Il matrimonio di Lorna e il premio speciale della Giuria (ex aequo) nel 2011 per Il ragazzo con la bicicletta. Un Palmarés davvero impressionante a cui La fille inconnue potrebbe aggiungere qualche altro riconoscimento (ha già vinto il premio della Giuria ecumenica).

Nella conferenza stampa del film i Dardenne si sono sottratti a qualsiasi riferimento ai recenti tragici fatti di Bruxelles e al tema dell'immigrazione, sostenendo che si tratta innanzitutto di una storia di responsabilità individuale. Nelle parole di Jean-Pierre Dardenne: “A noi interessa la dottoressa Jenny che si sente responsabile di quanto è accaduto quando nessun altro si sente tale, lei non ha aperto la porta e pensa che avrebbe dovuto farlo. Ed è lei che nel suo tentativo di fare la cosa giusta alla fine fa in modo che tutti dicano la verità”. Il film nasce da una storia a cui i fratelli pensavano da tempo ed è il terzo consecutivo che ha al centro un personaggio femminile, un medico perché “è vicino al corpo e anche allo spirito della gente di cui si occupa”. Come dice Luc: “ le donne sono il futuro dell'uomo, io ci credo. Si sentono responsabili, agiscono, sono libere e sono loro che portano avanti la società”.

Una giornalista chiede secondo loro cosa si può fare perché l'Europa riassuma la sua responsabilità collettiva: “Quando si fa un film, più che a chi lo fa questo appartiene allo spettatore, che può leggerlo come vuole. Noi non abbiamo un messaggio da dare, raccontiamo solo la storia di qualcuno che si sente responsabile e che non decide di ignorare quello che è successo e di andare avanti con la sua vita come prima, e a noi interessa vedere come lei venga proprio posseduta dalla foto di questa ragazza e inizi ad agire, a mostrare la foto in giro e così facendo a fare in modo che la gente cambi. E' lei che fa cambiare le cose quando ha questo risveglio di coscienza. E a noi questo interessa, non cerchiamo di diffondere nessuna tesi”.

Sul metodo di lavoro i Dardenne parlano del fatto che lavorano da sempre con lo stesso operatore e con lo stesso direttore della fotografia, in modo che anche la luce appaia naturale e non enfatizzata in senso drammatico. Anche con gli attori, nonostante l'accurata preparazione, il fine è quello di renderli naturali, come conferma Jérémie Renier, che è uno dei loro interpreti più fedeli: “Il loro modo di lavorare non è cambiato negli anni. Cercano sempre di dare tempo agli attori per provare e per trovare il personaggio. Si prova molto, una pratica che non si ha sempre il lusso di avere in altri film, ma loro vogliono essere sicuri che gli attori siano in grado di mettersi nei panni dei personaggi”. La loro consuetudine di fare tanti ciak di una stessa scena: “non è una punizione, serve ad andare un po' oltre ogni volta”. Adèle Haenel concorda: “a volte non sappiamo se una scena funziona recitata in un certo modo per cui bisogna lavorarci finché non è giusta”.

L'attenzione per i gesti dei personaggi è molto importante, per Jean-Pierre Dardenne: “Ci interessa vedere come possiamo raccontare la storia e i personaggi attraverso i loro gesti, che si riferiscono a certi stati d'animo. E' questo che cerchiamo e non sempre siamo lenti, a volte invece andiamo veloci, è bello e sorprendente quando riesci a registrare dei gesti che ti dicono quello che succede nella testa delle persone”. Riguardo agli attentati di Bruxelles, i Dardenne ribadiscono che la scrittura del copione, pronto da tanto, non ha risentito affatto di certa atmosfere, ma, se proprio vogliamo cercare un legame, dice Luc: “Noi cerchiamo di filmare la vita, il film è un inno alla vita, le nostre immagini difendono la vita in contrasto con quelle orribili scene di morte. E' questo che cerchiamo di far arrivare allo spettatore”.

Qual è il segreto di una buona coregia? “Non c'è nessun segreto”, risponde Jean-Pierre, “perché noi siamo una persona sola. Davvero! Non si direbbe perché siamo due entità fisiche distinte ma siamo la stessa persona altrimenti non potremmo lavorare insieme. Essere in due è più comodo perché sul set uno può controllare dietro la camera e uno stare con gli attori, ma siamo la stessa persona, diciamo ad alta voce le stesse cose agli attori e a volte chi non ci conosce si sorprende”. Nei loro film prevale l'aspetto di favola morale o il contenuto sociale? “Entrambe le cose. Raccontiamo storie di individui, di persone, ma il pubblico può leggere i film anche come storie che analizzano la società. L'analisi può essere diversa se vedi il film molti anni dopo, ma quello che principalmente ci interessa è la storia del medico che poteva anche andar via ma ha deciso di restare lì, in quel distretto. I problemi morali sono sempre individuali: lei non ha aperto la porta e ora tocca a lei chiedere. Poteva anche rifiutarsi di farlo ma cerca di chiarire le cose e di scoprire il nome della ragazza, di capire perché è morta e perché qualcuno l'ha abbandonata”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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