Interviste Cinema

A.C.A.B: "il genere per raccontare l'odio della società che ci circonda"

A presentare il film a Roma ci sono tutti: il regista Stefano Sollima, gli interpreti, gli sceneggiatori. Anche Carlo Bonini, il giornalista di Repubblica che ha firmato l’omonimo libro da cui A.C.A.B. ha preso le mosse.



Ci sono tutti: il regista Stefano Sollima, gli interpreti al completo, gli sceneggiatori. Anche Carlo Bonini, il giornalista di Repubblica che ha firmato l’omonimo libro da cui A.C.A.B. ha preso le mosse.
Schierati di fronte alla platea di addetti ai lavori, ranghi serrati come i celerini che raccontano, pronti ad aprirsi per raccontare il loro atteso e già controverso film.
È Sollima, qui alla sua prima esperienza cinematografica dopo una lunga carriera televisiva, a esordire sostenendo che “l’idea alla base di A.C.A.B. era quella di fare un film di genere: volevamo girare un poliziesco, realizzare dell’intrattenimento possibilmente intelligente.”

A chi evoca 300 nella rappresentazione testostero(n)ica, violenta e marziale dei personaggi e delle dinamiche, il regista risponde che “certo, l’iconografia del Reparto Mobile si prestava in tal senso, c’è ovviamente una vicinanza allo spirito gladiatorio che peraltro noi abbiamo esplicitato in un murale relizzato dal Cobra, uno dei protagonisti”, e gli fa eco lo sceneggiatore Daniele Cesarano: “è un’iconografia che il racconto si portava appresso. Se si conosce il Reparto Mobile si capisce come la dimensione dello scontro fisico, della fisicità, siano costante. Anche il loro tempo libero è vissuto attraverso lo svolgimento di sport molto fisici, che rappresentano una sorta di ulteriore compressione all’esplosione.”

Il produttore Marco Chimenz ha voluto sottolineare che “non c’è stato alcun contributo da parte delle forze dell’ordine durante la lavorazione, ma va detto che non ci hanno nemmeno ostacolato. Alcune scene ‘critiche’ come quelle girate davanti al Parlamento o al Viminale sono filate lisce senza nemmeno la traccia di ostruzionismi che potevano essere relativamente facili. E per quanto riguarda le reazioni personali dei vari membri del Reparto Mobile che abbiamo consultato, sono state variegate: c’è chi ha lodato il film in quanto specchio fedele della realtà, chi invece sosteneva che, oggi, quel reparto non sia più così.”

Ma com’è stato, per gli attori protagonisti, vestire i panni di celerini violenti?
Per Pierfrancesco Favino “quando sei dentro a un personaggio così ti accorgi che certe reazioni nascono spontaneamente dentro di te. Anche in te civile, attore, che vesti quei panni: senti l’aggressività naturale dell’uomo.”
Filippo Nigro ammette di aver approcciato il personaggio con del pregiudizio: “era inevitabile,” spiega, “è la natura stessa della professione che impone l’uso della violenza, usata in modo spesso poco chiaro. I nostri erano anche reduci del G8, un fantasma che aleggia sopra di loro. Ma ora vedo le cose in maniera differente.”
Della stessa opinione sono Andrea Sartoretti (“la mia opinione si è arricchita, ho partecipato alle prove di cariche e altro, anche se poi quelle scene non le ho girate, e ho percepito la tensione immensa e il fatto che gli agenti del Reparto Mobile son pagati per vivere una guerra civile quotidiana: la mia opinione ora ha più colori.”) e Domenico Diele (“ho compreso meglio le ragioni di quelle persone”), mentre, più sornione, Marco Giallini sottolinea che “è stato un film duro. Ci siamo preparati, e siamo diventati un gruppo.”

Di nuovo Sollima ha smentito supposti 'parallelismi opposti' con film come Black Bloc o Diaz, e che raccontare il G8 a loro non interessava [anche se viene citato esplicitamente e in due scene chiave, n.d.r.], perché “fatto già molte volte: noi abbiamo utilizzato i celerini per raccontare l’odio nella società che ci circonda.”
E soddisfatto del lavoro di Sollima e di tutti i coinvolti in A.C.A.B. è sembrato Carlo Bonini: “Mi sembra che il film sia fedele allo spirito del libro, che aveva l’ambizione di scartare rispetto a una lettura bianca o nera della realtà. Il punto centrale è il cambio di punto di vista, l’adozione di quello di personaggi solitamente non raccontati e criticati: ci costringe a fare i conti con una parte di noi che rifiutiamo.”

Ma esiste un rischio morale, in operazioni del genere? “Esiste,” risponde il giornalista, “ma come autore te ne devi liberare perché altrimenti non racconti mai nulla. Scrivendo il libro ho dovuto fare un lavoro su di me non facile, perché alcune cose mi dava persino fastidio ascoltarle: figuriamoci scriverle. Mi son volutamente tenuto lontano dalla lavorazione del film, perché volevo che regista, sceneggiatori e attori facessero da sé il percorso emotivo che ho fatto io quando ho scritto, e la mia presenza sarebbe stata un elemento di disturbo, un filtro inutile.”
“C’è differenza tra morale e moralismo,” aggiunge poi Favino, “ma il film rappresenta la cose come sono senza chiedere mai allo spettatore di prendere le parti di qualcuno.”
Su questo punto, ci permettiamo di sollevare qualche dubbio.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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