Interviste Cinema

A Beautiful Day: Joaquin Phoenix e la regista Lynne Ramsay a Roma per presentare il film

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Vincitore di due premi allo scorso Festival di Cannes, il film sarà nelle nostre sale dal 1 maggio prossimo.

A Beautiful Day: Joaquin Phoenix e la regista  Lynne Ramsay a Roma per presentare il film

E' stato presentato alla stampa il film A Beautiful Day - You Were Never Really Here, che a Cannes 2017 ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura ed è valso a Joaquin Phoenix il meritato riconoscimento come miglior attore. Tratto da un romanzo breve di Jonathan Ames, è diretto dalla scozzese Lynne Ramsay, e segue al suo grande successo internazionale ...E ora parliamo di Kevin. Regista e protagonista sono arrivati a Roma in una mattinata quasi estiva, accolti dall'entusiasmo dei giornalisti nel parlare di un film difficilmente descrivibile, che racconta in maniera rarefatta e con abbondante uso di flashback subliminali la vita e la missione di Joe, un veterano di guerra diventato killer, che salva a pagamento, ricorrendo a metodi violenti, ragazze minorenni avviate alla prostituzione.

Lynne Ramsay confessa che nonostante ami ogni tipo di cinema a lei piace creare con l'immagine, la musica e il montaggio qualcosa di particolare. Molto allegro e insolitamente loquace Joaquin Phoenix, arrivato a Roma con Rooney Mara, ringrazia i presenti e la distribuzione, prima di parlare di questo particolare personaggio:
"E' iniziato tutto con la sceneggiatura e parlando con Lynn in una conversazione infinita che a volte sembrava come un labirinto che non porta da nessuna parte, ma a volte creava una scintilla che portava a un'ispirazione e a un'idea. Ho letto molte cose sullo sviluppo del cervello nei bambini e di come sia influenzata dalla violenza fisica la loro capacità di ragionamento. Ci siamo poi resi conto che Joe per certe cose non ragionava, procedeva in maniera istintiva senza prendere delle vere decisioni. Lynn poi mi mandava dei file audio, ad esempio uno che conteneva rumore di fuochi artificiali e mi ha detto "è questo che Joe sente di continuo dentro di sè" e per me è stato molto importante. E' stato un processo molto lungo che si è sviluppato soprattutto parlando con Lynn".

"Il mio punto di partenza - prosegue Ramsay - è stato il libro, anche se ho cambiato molte cose, come l'ultimo atto, il rapporto di Joe con la madre e altre ne ho ampliate o inserite, come la scena del lago. Il libro è stato più che altro una fonte di ispirazione ma la sceneggiatura si è evoluta anche con l'apporto del direttore della fotografia, dello scenografo e ovviamente di Joaquin che è intervenuto fin dall'inizio, partecipando e preparandosi fisicamente, in uno scambio continuo che ha portato a un'evoluzione costante della sceneggiatura."

C'è qualcosa che Phoenix ricorda, come Joe nel film, di quello che i i genitori gli dicevano da piccolo? "L'unica cosa che ricordo che i miei mi dicevano è di non fare agli altri quello che non avrei voluto facessero a me. E un'altra cosa: segui la tua cazzo di verità, anche se loro magari non lo dicevano in questo modo ma a me piace farlo".

A una domanda in proposito alla scena di Joe con la madre, in cui si cita Psyco, Ramsay racconta di aver preso ispirazione dal rapporto con sua madre, che ama guardare i thriller a volume alto e che Phoenix ha improvvisato la reazione che è finita nel film, mentre l'attore parla dell'ambivalenza del personaggio:

"E'qualcosa che ho scoperto strada facendo, c'è una bontà in Joe di cui non sono stato subito consapevole. A volte quando lavori su una sceneggiatura pensi a certe scene ti concentri su quelle e trascuri altre cose, ma volevamo mostrare entrambi i lati del personaggio, alcuni dei conflitti che prova e la sua ricerca di una pace interiore, anche se le sue azioni lo mettomo sempre in questa situazione parallela di pericolo.
Volevamo anche esplorare il suo rapporto con la madre e cogliere quei momenti di grande afftetto e amore ma anche la sua frustrazione nel prendersi cura di una persona molto anziana e malata, abbiamo pensato fosse possibile cogliere entrambi questi lati nello stesso momento. Ci sono film che vogliono sottolineare il fatto che il protagonista sia un bravo ragazzo, ma a noi piaceva l'idea di mostrare la violenza e la bontà, la tenerezza ma anche la frustrazione, senza sapere quale parte di lui sarebbe emersa sul momento"

Il film si avvale delle bellissime musiche di Johnny Greenwood. Racconta Ramsay. "Ho scritto la sceneggiatura a Santorini in Grecia, dove non ci sono auto, l'ho scritta nel silenzio quasi totale, mi piace anche dare indicazioni sui suoni, sulla musica, dal punto di vista di quello che sento. Poi a New York ho sentito parte della musica e mi sono detta che sembrava quasi il suono dell'inferno, la musica diventa quasi un personaggio all'interno del film, fa sembrare che ci si debba aspettare qualcosa e poi ti porta da un'altra parte. Avevamo pochi soldi ed è stato fatto tutto in economia, io gli davo 5, 10 minuti di girato e lui componeva qualcosa oppure lui mi mandava dei file audio e poi tagliavamo e montavamo in base alla musica, le sue musiche sono state un vero dono".

"Io - commenta Phoenix - non ho ho sentito nessuna parte della colonna sonora, nemmeno ora, solo i titoli di coda, ma raramente un attore la sente fino a dopo le riprese. Per me è stato molto importante il sonoro della città, ho vissuto a New York e non ci vivo più e non ricordavo quanti fossero i suoni della città. E poi avevo il suono del martello con cui sfasciavo qualsiasi cosa durante le riprese".

Come si è trovato Joaquin Phoenix a lavorare con una produzione così piccola? "Le dimensioni della produzione non fanno mai parte della mia decisione di scegliere un film, non dico mai no a priori. Dipende tutto dalla gente che lo fa, dal materiale e dal regista, se Lynn facesse un film da 300 milioni di dollari sarei curioso di partecipare. Mi piacerebbe fare un altro film come quello che abbiamo fatto, è stato molto difficile, non abbiamo avuto molto tempo, dovevamo dare il massimo ogni giorno, ma quando sei nelle mani di qualcuno come Lynn puoi permettersi di correre il rischio. Io poi le ho dato 70 ore di merda totale, che lei ha dovuto setacciare per tirar fuori qualcosa di buono, ma mi piace lavorare in questo modo".

Dopo un divertente siparietto in cui Ramsay si dice in disaccordo sulle 70 ore che lui ha appena detto, tanto da aver avuto problemi a scegliere tra tutte le sue scene perché troppo belle, mentre lui insiste sul contrario, la regista conclude parlando del lavoro fast and furious fatto per questo film, in cui tutti hanno dato il massimo, dai professionisti ai giovani neolaureati alla Columbia University che hanno costituito parte della giovane troupe, un'esperienza, sostiene, che "avrei voluto non finisse mai".

A Beatiful Day arriva in sala con la sua idea di un cinema diverso il primo maggio, in 100 copie, a sfidare i colossi italiani ed americani e sperando di replicare anche da noi il successo ottenuto in America.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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