Bob Dylan - Tempest

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Bob Dylan - Tempest

71 anni di vita. 50 anni di dischi. Di Bob Dylan, "Tempest" è il 35esimo album in studio, e che sia uscito l’11 settembre, come già avvenne proprio nel fatidico 2001 con "Love & Theft", non appare un caso.
Perché "Tempest", che è un album bellissimo, uno dei migliori di Dylan, a un passo dal capolavoro, è un disco dolente, rabbioso e oscuro che parla di affondamenti e di macerie, di decadenza e cattiveria, del crollo e della fine dei simboli e con essi, forse, delle speranze.
Il Titanic, John Lennon, città in rovina e intrise del sangue con cui si paga pegno, come nel caso di un triangolo amoroso dove agli omicidi non possono che seguire i suicidi.
Il panorama tratteggiato da Dylan è desolante e, proprio per questo, il cantautore lo racconta con tutto il dolore tutta la rabbia di cui la voce scartavetrata e roca di cui dispone è capace, appoggiandosi a stili e sonorità che sono quelle old fashioned e low-fi che lo hanno forgiato e rinforzato anno dopo anno, disco dopo disco.

Lo fa cominciando in maniera quasi sorridente, quasi ammiccante, con lo swing armstronghiano di "Duquesne Whistler" e le sonorità da crooner di "Soon After Midnight": ma già in questi primi due brani c’è tutto. Ci sono quegli elementi che conducono lungo una "long and narrow way", resa tale dell’amarezza di "Long and Wasted Years" e della rabbia di "Pay in Blood". Un strada che porta inevitabilmente in quel luogo inquietante, per parole e sonorità, che è "Scarlet Town", a conoscere gli "Early Roman Kings" il cui blues dovrebbe immediatamente essere eletto come inno ufficiale di qualsiasi movimento Occupy di questo mondo .

Dylan, che già a questo punto è stato in grado d’ipnotizzare e di ferire con il suoi registri oscuri e allegorici, dà il colpo di grazia riaffermando la sua capacità di essere straordinario narratore, con un’accoppiata, quella di “Tin Angel” e “Tempest che lascia senza fiato: non per le durate (9 minuti l’una, 14 l’altra), ma per la capacità di essere cinema e letteratura, mito e favola, per l’accumulo di personaggi, riferimenti e simboli.
E se tutto questo non bastasse,  ecco che dopo il sangue della passione e l’affondamento della modernità, Dylan racconta anche la morte di un amico e di un’utopia, di un sogno di cui "Tempest"racconta il tramutarsi in incubo.

"Roll on", incita Dylan.
E pare di vederlo, sornione e diabolico, allontanarsi lungo una strada stretta fatta di fuoco e sangue, voltarsi indietro per un attimo per vedere come, e se, ce la caviamo noi nel panorama desolato che ci circonda e ci ha costretto a vedere, come fosse la prima volta.