Recensione di 12, rilettura firmata da Mikhalkov de La parola ai giurati

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La recensione di 12

Strano percorso cinematografico quello di Nikita Mikhalkov, uno dei registi russi più conosciuti della storia del cinema. Da autore “contro” il regime, che andava spesso incontro alle ire della censura ex-sovietica con le sue opere sincere e politicamente non schierate – ricordiamo i problemi avuti in patria per lungometraggi come Oblomov, Urga e soprattutto Sole ingannatore – sembra pian piano essersi sposato dall’altra parte dello schieramento, fino ad essere diventato uno degli esponenti più collaudati della nuova cinematografia russa, col suo cinema solido e vagamente populistico.

O almeno questo sembra il caso di questo suo ultimo 12, presentato con discreto successo alla scorsa mostra di Venezia ed addirittura candidato all’Oscar come miglior film straniero. L'aspetto più interessante di 12 è lo spunto che dà origine al film e che lo rende un remake aggiornato – secondo le necessità politico/ideologiche della nuova facciata russa – del capolavoro La parola ai giurati, diretto da Sidney Lumet nel 1957 e già ripreso dal William Friedkin nel 1997 (qui il nostro speciale, n.d.r.).

Già il titolo del film di Mikhalkov rende esplicito il riferimento ai Twelve Angry Men del titolo originale, e ne segue in maniera piuttosto specifica lo sviluppo narrativo. Come molto spesso gli è capitato, il regista non riesce però a condensare la materia drammaturgica secondo dei canoni accettabili, ed ecco che la trama si snocciola per due ore e quaranta: una durata che per un dramma processuale quasi interamente ambientato dentro una palestra è francamente eccessiva. In molte parti infatti la pesantezza e la verbosità della messa in scena sovrastano l’importanza del tema trattato, ed il film si blocca in troppe sequenze paludose.

La conoscenza del mezzo-cinema di Mikhalkov però gli consente di trarsi d’impaccio con improvvisi cambi di ritmo, legati soprattutto ai molti flashback che raccontano la storia del giovane imputato. Allora 12 si scrolla di dosso l’abulia e diventa un racconto serrato ed emozionante; il film, pur non possedendo l’estro visivo che aveva contraddistinto grandi lavori del passato come Sole ingannatore ed in parte Il barbiere di Siberia, dimostra comunque pienamente come il suo autore faccia parte di quella schiera di cineasti che sanno coniugare il cinema più personale con le esigenze spettacolari di un pubblico più vasto.

Pur non essendo sicuramente il lavoro più bello di Nikita Mikhalkov, 12 rimane una pellicola senz’altro degna d’interesse. Ondivago, squilibrato ma anche capace di sorprendenti accelerazioni, questo film convince nella sua riuscita complessiva, mentre forse delude in quanto testimonianza di come il suo realizzatore si sia sottomesso (speriamo non più di tanto) ad una retorica populistica sinceramente troppo smaccata.

Schede film di riferimento