La recensione della commedia Alla scoperta di Charlie

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La recensione della commedia Alla scoperta di Charlie

La recensione di Alla scoperta di Charlie

Due indizi espliciti sul fatto che questo Alla scoperta di Charlie - in originale il titolo è quello molto più evocativo di King of California - ha come riferimento principale un film di rottura epocale come Qualcuno volò sul nido del cuculo, tra l’altro prodotto nel 1975 proprio da Michael Douglas: in un’inquadratura della giovane protagonista Miranda (Evan Rachel Wood) mentre sta dormendo, i più attenti noteranno che tra le mani tiene un romanzo di Ken Kesey, autore del romanzo da cui è stato tratto il cult di Milos Forman.
In secondo luogo le musiche di David Robbins, che in alcuni momenti rimandano direttamente all’ormai leggendario motivo di chiusura composto da Jack Nitzsche per quel lungometraggio.

Ma a parte questi dettagli tutto sommato secondari l’esordio alla regia di Mike Cahill, interpretato appunto da un grande caratterista come Michael Douglas, guarda a quella storia ed a quel tipo di cinema per raccontare una storia di “pazzia” come incapacità di relazionarsi all’ambiente sociale che circonda i personaggi, e conseguentemente come via d’uscita nei confronti di uno status quo deprimente e sopratutto castrante.
Se Qualcuno volò sul nido del cuculo ed il suo microcosmo è diventato il simbolo preciso delle condizioni di un’epoca e di una generazione di americani, Alla scoperta di Charlie non vuole di certo volare così in alto, anche perché non possiede i mezzi necessari per farlo; l’intreccio che muove la trama principale, la (ri)costruzione del rapporto tra un padre assente ed una figlia che ha dovuto cavarsela da sé, non è particolarmente originale né sviluppato con assoluta attenzione alle psicologie delle figure messe in scena.

Eppure per non si sa quale strana alchimia filmica ciò che viene proposto in molti momenti funziona davvero, ed arriva a toccare le corde più intime dello spettatore. Il merito fa ovviamente attribuito per la maggior parte ad un Michael Douglas generosissimo nel concedersi al suo personaggio, interpretandolo con una notevole dose di ironia ed un’ormai consumata abilità di istrione. Accanto a lui fa da solida “spalla” la brava Evan Rachel Wood, capace di puntellare il suo partner con un’interpretazione specularmente controllata e dimessa.

Sussurrato, se vogliamo “piccolino” nelle dimensioni produttive – girato in soli 31 giorni per volere dello stesso Douglas – il film di Cahill si muove con leggerezza tra le pieghe del cinema indipendente e più personale, regalandoci un’altra figura di “borderline” convincente e capace di raccontare in filigrana molto più di quanto la sua facciata esterna non mostri.
Sotto questo punto di vista, la regia di Cahill possiede almeno uno spunto vincente nel centellinare alcuni rapidi flashback che impreziosiscono al narrazione e la sorreggono con piccoli quadri domestici molto significativi e toccanti: un espediente cinematografico semplicissimo ma una volta tanto non invasivo e perfettamente funzionale, come dovrebbe sempre essere questo tipo di intervento sulla narrazione.

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