Alpis - la recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Alpis - la recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Alpis - la recensione del film di Yorgos Lanthimos


Forte del successo internazionale del suo Dogtooth, culminato nella candidatura all'Oscar come miglior film straniero, il greco Yorgos Lanthimos torna sugli schermi con un'opera che, pur con alcune significative variazioni, ripropone un'idea di cinema che continuerà a far discutere.

Difficile sintetizzare ed esplicare in dettaglio una storia che, con fastidiosa assenza di reali sviluppi narrativi, rimane ancorata all'assunto di base: quello di un gruppo di quattro strani personaggi che forniscono il loro supporto a chi ha di recente subito un lutto familiare lavorando come impersonatori di chi è venuto a mancare, facilitandone (?) così l'elaborazione.
Di qui partendo Alpis, con implacabile determinazione, si limita a mostrare una quotidianità che gira a vuoto, ripetitiva, e dove le uniche piccole variazioni creano il prevedibile sommovimento che spinge verso le reazioni di un finale che, comunque, sembra essere volutamente inconcludente.

Lathimos, più che greco, sembra esponente di quell'irritante scuola di pensiero cinematografico austro-tedesca che, probabilmente fondata inconsapevolmente da Haneke, comprende nomi come quelli di Ulrich Seidl o Andreas Dresen, o Markus Schleinzer: esponenti di un cinema intellettualistico, fastidiosamente provocatorio nell'esposizione algida e totalmente anaffettiva della banalità e dello squallore ricercati con ossessività.

Ammettiamo pure che Alpis potrà (far) riflettere sul concetto della impossibilità della sostituzione da un lato e della parallela e paradossale sostituibilità di tutto dall'altro (il titolo viene dal nome dato al gruppo dal suo folle leader: Alpi perché sono montagne "insostituibili" che però potrebbero sostituire qualsiasi altra montagna al mondo. Sic), o sulla paura della vita che ha chi ricerca ossessivamente l'essere un altro. Ma ci appaiono idee tanto elementari quanto banale, lasciate allo stato embrionale e ammantate con grande presunzione di un'aura di gravitas filosofica che fa il paio perfettamente (questo sì) con i toni della messa in scena.

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