Dylan Dog - la recensione del film

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Dylan Dog - la recensione

In casi come questo, va subito sgomberato il campo, va immediatamente chiarito un fattore centrale.
Dell’indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi siamo stati e siamo tutt’ora dei fan, ma – considerata la storia produttiva del film, la sua bandiera, le sue intenzioni più o meno esplicite – riteniamo sciocco e miope valutare questo Dylan Dog in base all’aderenza o allo scollamento rispetto alla mitologia nata e cresciuta sulle pagine dei fumetti. Chi è fan integralista, non vada al cinema. O, se ci va, immagini di andare a vedere un film con un altro titolo. Un film che s’intitoli, che so, Brandon Routh.
Pretendere che in tempi come quelli che viviamo vi sia fedeltà e rispetto per un brand quando questo diventa il centro di questioni che prima che artistiche sono puramente economiche è come pretendere dai calciatori la fedeltà assoluta ad una maglia: per carità, vi sono dei casi nel mondo del cinema come quello del pallone, ma sono le eccezioni e non le regole, e fare le anime candide che si scandalizzano non serve proprio a nessuno.

Era ovvio fin dal principio, infatti, che il personaggio disegnato con le fattezze di Rupert Everett non sarebbe stato lo stesso rappresentato sul grande schermo da uno degli attori più incolori che ci siano in circolazione. E che del Dylan Dog che conosciamo sarebbe rimasto poco più che il lettering e qualche pezzo d’iconografia. Così come era facile aspettarsi il film avrebbe fatto del meticciato pop la sua chiave principale: e che sullo scheletro del Dylan a fumetti si sarebbero innestati geni provenienti da altre mitologie cinematografiche e televisive dei nostri giorni.
Nella lotta tra vampiri e licantropi è infatti più che facile rintracciare rimandi alla saga di Underworld, in certe dinamiche narrative e nel trucco di molte creature a quella televisiva di Buffy. E se un'altra serie televisiva come True Blood ha in qualche modo fornito ulteriori piccole ispirazioni (come quella legata al sangue vampiro venduto come droga o ai piani di un leader ambizioso di far diventare la sua razza, quella coi canini appuntiti, quella dominante) è comunque inutile, anche in questi casi, ricercare l’eventuale spessore o la trasgressività degli originali. Poiché il meticciato, nel film, si è trasformato in un omogeneizzato, in un prodotto buono per palati giovanissimi e senza troppe strutturazioni gustative.

Non è un caso che il regista sia quel Kevin Munroe che aveva firmato un prodotto destinato ad un target pressoché analogo come TMNT - Teenage Mutant Ninja Turtles: che nel suo genere era anche godibile, e rimane infatti superiore a questo Dylan Dog. E con la sceneggiatura e gli attori che ha a disposizione, Munroe fa qual che può: il che non è tantissimo, ma per fortuna evita d’irritare lo spettatore e azzecca un paio di gag di alleggerimento.
Se poi davvero i pasionari del fumetto non riuscissero a prescindere dai confronti e si intestardissero a rivendicare il delitto di lesa maestà, rimarrebbe loro solo una cosa da fare: indirizzare gli strali verso un sistema industriale e produttivo, quello italiano, che ha praticamente costretto la Bonelli a vendere i diritti del suo gioiello oltreoceano.

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