American Hustle - recensione del film con Christian Bale e Jennifer Lawrence

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Negli anni '70, il piccolo truffatore Irving Rosenfeld (Christian Bale) si trascina in un matrimonio difficile con sua moglie Rosalyn (Jennifer Lawrence), finché non incontra la bella Sydney (Amy Adams), sua immediata complice e amante. I due sono però fermati da un agente dell'FBI, Richie (Bradley Cooper), che per far cadere le accuse chiede la loro collaborazione nell'incastrare il corrotto sindaco di Camden, Carmine Polito (Jeremy Renner). L'ambizione di Richie preoccupa Iving, specialmente quando lo scandalo minaccia di coinvolgere la mafia e un'insoddisfatta Sydney inizia a provare qualcosa per Richie...

Forse American Hustle è più vicino all'eccentricità degli esordi del regista David O. Russell, di quanto non lo fossero gli ultimi sue due grandi successi conformati a morali più hollywoodiane, cioè The Fighter e Il lato positivo. Tale piacevole eccentricità deriva dal far coesistere uno stile di scrittura e di recitazione sopra le righe, che sfiora la parodia (senza abbracciarla), con una rievocazione d'epoca filologica e convincente.

Questa solidità di costruzione non solo consente quindi agli attori di esibirsi senza rete, ma rende il gigioneggiamento parte integrante del registro che Russell domina con una sicurezza invidiabile: a cominciare da Christian Bale, ingrassato appositamente per il ruolo, un Irving sicuro di sè, posato e filosofo, passando per la sensualità apparentemente forte di Amy Adams e l'ansia di Bradley Cooper, per arrivare all'italoamericano di Renner e soprattutto al camaleontismo divertito e contagioso di una come al solito sorprendente Jennifer Lawrence.
Si avverte quanto l'autore abbia consentito agli attori di abitare i personaggi e di abbandonarvisi, ma si avverte anche quanto pretenda la loro aderenza al progetto, dando spago alle star ma non permettendo a nessuna di vampirizzare le altre. A questo proposito, l'uso di Robert De Niro in un cameo è magistrale.

Questo buon lavoro (a parer nostro più apprezzabile in lingua originale) poggia su una visione del mondo non schematica, e non potrebbe essere altrimenti, essendo il film ispirato a una storia vera: come viene detto nei dialoghi, è la "zona grigia" a trionfare sul bianco e sul nero. La stessa zona griga in cui è immerso Irving, che pratica l'imbroglio ma che vede in Carmine, al di là della corruzione, la volontà effettiva di cercare la felicità per se stesso e per gli altri, in modo non dissimile da quanto fa lui. Un "american hustle", una "truffa americana" che inevitabilmente richiama e ironizza sull' "american dream". Irving è il vero antieroe: "anti" per l'etica dubbia, "eroe" per la fedeltà incrollabile ai propri principi, tra cui l'ammirazione per Duke Ellington, l'essenza dell'eleganza, stoicamente perseguita dal protagonista con la sua capigliatura posticcia.

Non ci si aspetti un remake della Stangata: l'imprevedibilità di American Hustle va oltre i colpi di scena (che pur ci sono), e consiste in una libertà autoriale contagiosa.