Oh Boy - Un caffè a Berlino: la recensione della commedia tedesca

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Oh Boy - Un caffè a Berlino: la recensione della commedia tedesca

Il giovane berlinese nullafacente Niko ha lasciato gli studi due anni fa, ha rifiutato una relazione stabile e ora ciondola in città, tra un padre distante, un amico attore, uno strano vicino di casa e altri personaggi che osserva a distanza emotiva di sicurezza.
Se pensate che il Muro di Berlino sia caduto nel 1989, ricredetevi: quello invisibile che il regista e sceneggiatore Jan Ole Gerster fa erigere al protagonista di Oh Boy è ancora in piedi. Spaventato da ogni tipo di responsabilità, soprattutto emozionale, il Niko interpretato da Tom Schilling (un James McAvoy teutonico) è tanto più inquietante quanto più vive in un paese distante dai problemi economici più gravi del resto dell'Europa. Oh Boy è un film tedesco, amatissimo in patria e non a caso: la frizione continua, tra la ricerca di normalità e le ferite ancora brucianti di un passato aggressivo, è ben rappresentata dal palcoscenico di una città e dai suoi abitati, entrambi ricuciti.

"Ho pensato", risponde Niko al padre che gli domanda cosa abbia fatto in due anni di nulla. Una ridicola scusa poetica, una non-reazione ai possibili futuri rappresentati da uomini e donne che il ragazzo incontra: personaggi sofferenti per scelte mal gestite, o al contrario personaggi vincenti che hanno dovuto sacrificare la propria sensibilità per sopravvivere e realizzarsi. La passività di Niko esaspera le esternazioni dei suoi amici e conoscenti, in una galleria di destini che lui passa in rassegna, incapace di identificarsi nei tuffi nel vuoto che rappresentano.  Nell'arco delle 24 ore della storia, Niko non riesce a bere nemmeno un caffè: il "risveglio" alla caffeina viene da lui rifiutato nel prologo, quando una volenterosa compagna vuole trascinarlo in una vita vera. Il caffè inafferrabile diventa quindi una nemesi simbolica per un antieroe nel senso letterale del termine.

Gerster ha la furbizia di cercare la gag, le carinerie e i momenti retorici che rendono l'amarezza digeribile a un grande pubblico, ma ha per fortuna il coraggio di non offrire vie d'uscita facili ai suoi personaggi, sapendoli anche rendere sgradevoli o patetici. Più che Wim Wenders, nel bianco e nero di Oh Boy c'è forse la commedia all'italiana di una volta: furba, divertente, ma abbastanza vicina alla sofferenza storica di un popolo quel che basta per non essere troppo conciliante.

 

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