Questione di tempo - la recensione del film di Richard Curtis

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Questione di tempo - la recensione del film di Richard Curtis

Se è vero che Richard Curtis intende ritirarsi dai set cinematografici – e il nostro augurio di malati di rom-com è che cambi idea – allora Questione di tempo è una degnissima opera di congedo.
Per una serie di ragioni.
Prima di elencarle, tuttavia, ci sentiamo in dovere di ringraziare lo sceneggiatore di Notting Hill per averci fatto conoscere Bill Nighy, che dopo essere stato lanciato internazionalmente da Love Actually, ha infilato una serie di indimenticabili e intense performance.

Detto questo, ci piace considerare il probabile ultimo lavoro di Curtis innazitutto come una carrellata delle sue favourite things: Londra nei suoi scorci più suggestivi, sorelle o amiche dalla vita sentimentale impossibile, l'abitudine di raccontare il passare del tempo mostrando un unico luogo, coppie di innamorati in cui l'uomo è inglese e la donna è americana.

A un simile gioco di autocitazioni, il regista aggiunge una cosa nuova: l'escamotage fantascientifico del viaggio nel tempo.
Questo elemento gli serve non tanto per prodursi in una versione rosa e molto english di Ricomincio da capo, ma per trasmettere, attraverso le goffagini e la crescita interiore di un personaggio principale che è un suo perfetto alter-ego, un messaggio forte: l'invito ad assaporare ogni singolo istante che ci è dato vivere, impiegando tutte le energie nella coltivazione dei rapporti che più ci stanno a cuore.

Prima di arrivare a questa morale - e dopo una prima mezz'ora folgorante nella quale Tim dai capelli rossi sperimenta i benefici effetti del suo dono e cerca il grande amore, Richard Curtis smarrisce però la strada di casa, perché non sa decidersi fra una comicità di situazione e una malinconica riflessione sul tempo che scorre.
E allora il suo film precipita in una serialità da soap-opera che minaccia di svuotare i personaggi, annaspando fra le incongruità dei diktat del "superpotere" del protagonista.
Certo, lo stile di regia beneficia di una notevole fluidità e la fotografia di John Guleserian è impeccabile, ma da sole non bastano a rimediare alla monotonia di una parte intermedia in cui, tra l'altro, l'ironia non è abbastanza pungente.

Per fortuna, verso la fine, Questione di tempo viene salvato da un provvido deus ex-machina: un attore che, grazie a un bellissimo personaggio, ridona spessore al racconto.
E' proprio Bill Nighy, che diventa per Richard Curtis il padre che ha perso qualche anno fa e per noi il simbolo di una memoria familiare da salvaguardare senza sporcarla con l'enfasi di un lutto gridato.

Alla luce di questa forte connotazione autobiografica, anche l'apparentemente banale filosofia del carpe diem
acquista un significato diverso e più profondo: diventa la dichiarazione di intenti di un uomo che, invece di continuare a filmare baci e abbracci all'aeroporto, si accinge a costruirsi una stanza tutta per sé in cui investire sugli affetti e magari leggere l'amato Charles Dickens.
E' questa sincerità che ci fa perdonare al film le sue lungaggini e che alla fine ci commuove.
Un applauso va anche a Domhnall Gleeson, che i fan di Harry Potter ricorderanno nei panni del maggiore dei figli Weasley, e alla scelta di utilizzare “Into my Arms” di Nick Cave in una scena di cui – ahimé – non possiamo anticipare nulla.
 

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