La migliore offerta - la recensione del film di Giuseppe Tornatore

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Il cinema di Giuseppe Tornatore può essere facilmente diviso in due filoni ben distinti. Il primo, quello che gli ha regalato l’Oscar e la notorietà nazionale e internazionale, è quello siciliano: quello di Nuovo Cinema Paradiso, di Malena, dell’ultimo Baarìa. Il secondo, invece, è quello nel quale il regista si allontana dalle sue origini e, come un emigrante d’altri tempi, salpa alla scoperta del mondo (del Cinema) e dei suoi generi.
La migliore offerta appartiene a questa seconda categoria (più libera, preferita nettamente da chi scrive) ed è forse, pur con diversi difetti, il film più apprezzabile di Tornatore dopo Una pura formalità.

Quella interpretata da Geoffrey Rush - spigoloso e raffinato banditore d’asta che finisce con l’innamorarsi di una giovane agorafobica, la quale si sottrae allo sguardo di chiunque e che lo incarica di vendere gli oggetti della villa nella quale vive rinchiusa da 12 anni - è una storia di (im)puro genere, nella quale si mescolano senza soluzione di continuità il mistery, il thriller, il noir, e perfino l’immancabile spirito baroccamente melodrammatico del suo autore.
Appesantito dalle onnipresenti e ridondanti note di Ennio Morricone e da una dilatazione un po’ eccessiva (i 125 minuti complessivi son troppi), La migliore offerta dà il meglio di sé nella sua parte iniziale, quando presenta e costruisce un protagonista azzeccato e sfaccettato, solo un filo eccessivamente nevrotico, ben supportato da una garanzia come Rush.
In quella fase, la fotografia fredda del film e la bella ambientazione mitteleuropea fanno bene il paio con le ritrosie e le patologie caratteriali dei personaggi che racconta, il meccanismo gira regolare seppur prevedibile, e i tanti simbolismi cui il regista si appoggia nel film non stroppiano mai.

Il barocchismo e l’ansia di accumulo di Tornatore, pur più contenuti che altrove, presto però iniziano a farsi notare e sentire. Con l’innalzamento della complessità dell’intreccio, con l’esplicitazione visuale del personaggio femminile e con il crescere d’importanza del giovane interpretato da Jim Sturgess (in tutto e per tutto una sorta di negativo fotografico del protagonista), il meccanismo de La migliore offerta si diletta infatti in movimenti e funzioni non sempre necessarie e al limite dell’estetizzante. E non è un caso che la parabola del Virgil Oldman di Rush termini andandosi a perdere in un luogo dove il meccanismo è, letteralmente, il tutto, significante e significato.

Eppure, nella sua prevedibilità e nei suoi eccessi, nel suo classicismo un po’ polveroso, La migliore offerta alla fine funziona e non disturba. Forse anche perché la maniera tornatoriana si adagia e si mimetizza meglio di altre volte tra le affettazioni dei protagonisti e le fascinazioni ossessive per l’arte e la bellezza che racconta; forse per il suo giocare con la costruzione e la rappresentazione, con il vero e il falso.
E, forse ancor di più, perché al centro di tutto c’è la tragedia dell’Amore; di un uomo che per una vita ha congelato la sua vita in una sospensione museale e sublimato il femmineo acculandone riproduzioni pittoriche ma che subisce la sua prima sindrome stendhaliana di fronte al volto (celato) di una donna vera, e che alla presenza o assenza dell’una vede coincidere quella delle altre.
Perché, quando si tratta di arte e bellezza, e quindi di amore, non vi è separazione tra realtà e rappresentazione ma solo una drammatica e abissale coincidenza, che porta la vita ad essere una costante lotta al rialzo per aggiudicarsi l’oggetto del desiderio.

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