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Cabiria è una giovane passeggiatrice notturna, che con il suo sciagurato mestiere s'è conquistata un certo benessere economico. Ella è dotata di una fervida fantasia e, malgrado la vita che conduce, della cui indegnità è conscia, ha conservato in fondo all'anima un tesoro d'ingenua bontà e d'inguaribile ottimismo. Queste due doti la espongono però a dolorose delusioni. Il suo "amico", che credeva di lei sinceramente innamorato, la getta nel Tevere, strappandole la borsetta. Una sera incontra un celebre divo del cinema, che ha avuto un fiero litigio con la propria amante. Cabiria passa la sera con lui in un clima di affettuosa, reciproca simpatia; ma sul piu' bello arriva l'amante e Cabiria viene congedata con una grossa somma. Nel veder passare una piccola processione diretta al Santuario del Divino Amore, ella sente il desiderio di recarvisi: compie infatti il pellegrinaggio con alcune compagne e giunta al Santuario, invoca con fervore la grazia di cambiar vita; ma ben presto all'esaltazione succede lo sconforto. In un cinema-teatro di periferia, Cabiria, invitata a salire sul palcoscenico, viene ipnotizzata. Durante il sonno ipnotico ella rivela il suo intimo desiderio di un grande amore: le sue ingenue espressioni la espongono, al suo risveglio, alle derisioni del rozzo pubblico. Ella trova conforto nelle oneste dichiarazioni di un giovane spettatore, Oscar. Costui dirà ben presto d'amarla e di volerla sposare. Cabiria vende tutto quello che ha per metter le fondamenta di una nuova vita. Ma Oscar è un mascalzone, che la deruba e fugge. Disperata, Cabiria gli grida di ucciderla addirittura; ma poi, incontrando giovanotti e ragazze che suonano e danzano, è ripresa dal suo inguaribile ottimismo e sorride con fiducia alla vita.

CRITICA:

Nonostante la sua struttura episodica l'arco narrativo è rigoroso e armonico, paragonabile a una sinfonia in cui i diversi tempi (gli episodi) si allacciano l'uno all'altro, distaccati ma complementari, per analogia o per contrasto, tutti convergenti alla definizione sempre più approfondita del personaggio principale e del suo destino. (Morando Morandini, "La Notte", 10 ottobre 1957).Il poetico, lunare personaggio (Cabiria) non poteva essere espresso che dal cinematografo, ma nel medesimo tempo da un regista come Fellini, perché solo un artista poteva evitare, come qui è avvenuto, il duplice pericolo del poeticismo, che avrebbe falsato il personaggio, e quello della realtà triviale, che l'avrebbe reso insopportabile. (Pietro Bianchi, "Il giorno", 12 maggio 1957).S'è parlato di momenti ricorrenti nell'opera di Fellini, messi ulteriormente in evidenza da quest'ultimo suo film. Non pensiamo che qualcuno abbia voluto vedere in ciò il segno del limite e della stanchezza [...]; per conto nostro comunque siamo convinti si tratti di caratteristiche poetiche della sua personalità. Il sapore delle spiagge brulle, dei notturni, il bisogno d'un qualcosa dentro delle persone in solitudine, lo stupore dei piccoli di fronte alle cose meno comuni, la tenerezza dei semplici nel contatto con la natura, la coralità delle persone raccolte in massa sono elementi con i quali Fellini sa fare dell'autentica poesia. (Nazareno Taddei, "Letture", giugno 1957).In Notti di Cabiria c'è il mondo e ci sono i modi di Federico Fellini. Il tumulto della sua interiorità in cui ribollono fermenti contrastanti; la sua visione cosmica, ancorata alla essenzialità, nella sostanza e nella forma a una mite tenerezza pascoliana, che aureola di magia le figure di quella piccola umanità posta ai limiti della società, la sua conclamata passione per i personaggi picareschi, gli esiliati della vita; la sua incuriosita ricerca delle verità supreme nell'eccezione, nell'abnorme; e infine il suo negarsi ai compromessi e alla accettazione dell'opportuno, del comodo, del facile e del vantaggioso. Non ci sono nel film le significazioni metafisiche che si usa attribuire a Fellini. (Arturo Lanocita, "Corriere della sera", 12 maggio 1957).Si sa che l'ala attiva e militante, la pattuglia più viva e problematica del cattolicesimo contemporaneo batte l'accento sul problema della grazia, non su quello della virtù; della riscoperta e riconquista di una religiosità autentica, non su quello dell'osservanza a una precettistica; e che essa potrebbe assumere come insegna la frase, speranzosa ma inquietante, di Mauriac: «Siamo i primi cristiani». Da Mauriac, appunto, a Bernanos, da Green a Waugh, è appunto questo fervore di ricerca, svolto attraverso un'indagine coraggiosa del cuore umano, questo tentativo di ricostruire un'immagine evangelica del mondo e dell'uomo, attraverso un'osservazione diretta, spregiudicata della realtà, questa aspirazione a una effettiva autenticità di sentimento religioso, di fede.Ma, anche in questo particolare settore della cultura di oggi, Fellini, se pur vi rientra, occupa una posizione a parte. Pur con l'inclinazione, con l'ansia religiosa che indubbiamente, e sinceramente, ha, non trova soluzione e appagamento nella grazia. Difatti la sua religiosità è indistinta e imprecisa, com'ebbe a constatare un critico cattolico francese, e Zampanò non è la Karin di Rossellini, in lui avviene il risveglio di una coscienza dell'uomo che si scioglie in sentimento, non la folgorazione della grazia o della rivelazione. La grazia non tocca neppure il bidonista Augusto, atrocemente massacrato e condannato: e non tocca neppure a Cabiria.(Glauco Viazzi, "Il Contemporaneo", 12 ottobre 1957).Con Le notti di Cabiria Fellini arriva ad un accordo tra autobiografia interiore e simboli, a mio avviso più alto e raggiunto che non in |La strada|. Cabiria, fra i personaggi di Fellini, è maggiormente avviata a raggiungere una propria autonomia fantastica. Più cala

NOTE:

COLL. AI DIALOGHI: PIER PAOLO PASOLINI.OSCAR PER MIGLIOR FILM STRANIERO (1957). NASTRO D'ARGENTO (1958) PER IL MIGLIOR FILM, MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA (GIULIETTA MASINA) E NON PROTAGONISTA (F. MARZI). PREMIO DON BOSCO D'ARGENTO ALLA RASSEGNA DEL FILM RELIGIOSO DI VALLADOLID (1958). PREMIO CINECLUB PER IL MIGLIOR FILM AL V FESTIVAL DI SAN SEBASTIANO (1958). PREMIO OSCAR (1957). DAVID DI DONATELLO (1957) PER MIGLIORE PRODUTTORE A DINO DE LAURENTIIS E MIGLIORE REGISTA A FEDERICO FELLINI. PREMIO SAN FEDELE. PREMIO DELLA CRITICA (IN GERMANIA OCCIDENTALE) A GIULIETTA MASINA.

SOGGETTO:

UN'IDEA DI FEDERICO FELLINI

fonte "RdC - Cinematografo.it"

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