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Chi ha ucciso Rosie Larsen?

Chi ha ucciso Rosie Larsen?

Ci sono frasi, modi di dire e quesiti che rimarranno indelebili nel memoriale della tv. “Chi ha sparato al signor Burns?” e “Chi ha sparato a J.R.?” rispettivamente ne I Simpson e Dallas, “Salva la cheerleader, salva il mondo” e “Che diavolo stai dicendo Willis!?” in Heroes e Il mio amico Arnold, e ancora “Bazinga!” e “Chi ha ucciso Laura Palmer?” in The Big Bang Theory e I segreti di Twin Peaks. Proprio a quest’ultima si è ispirata la campagna promozionale del primo crime drama della rete via cavo AMC, The Killing, ora in onda in Italia ogni giovedì alle ore 21:55 su FoxCrime. Un parallelo legittimato dal successo - di pubblico e critica - conquistato in pochi episodi dalla creatura di Veena Sud (che si era fatta le ossa in Cold Case), così come dal preambolo che dà fiato all’intero arco narrativo: la misteriosa morte di una giovane ragazza. Imparata la lezione di Rubicon, AMC ha confezionato uno show coinvolgente e di ottima fattura, merito anche dello straordinario cast (tra cui le nominate all’Emmy per i loro ruoli nella serie Mireille Enos e Michelle Forbes). Paesaggi ombrosi e stati di lenta riflessione si alternano con scene d’azione e dialoghi svelti, il tutto incorporato in un mistero trasversale che rende ogni episodio più invitante del precedente.

“Chi ha ucciso Rosie Larsen?” è la domanda che si fa spazio prepotentemente all’inizio della storia. Ispirata dalla serie danese Forbrydelsen (Loro uccidono), la stagione inaugurale di The Killing racconta le prime due settimane di indagini sull’omicidio di un’adolescente, trovata senza vita nei pressi di Seattle, Washington. Ogni episodio, che copre all’incirca un’intera giornata, affronta la stessa storia da tre punti di vista: l’indagine della polizia, i tentativi della famiglia della vittima di affrontare il suo dolore, e la campagna elettorale di un politico locale coinvolto in qualche misura nel caso. Della prima si occupa la giovane ma matura detective della Omicidi Sarah Linden (Enos), la quale sta per lasciare il lavoro ma stravolge i suoi piani con il fidanzato quando, durante il suo ultimo giorno nella polizia, collabora con la giovane recluta Stephen Holder (Joel Kinnaman) alle indagini su una potenziale scena di un crimine, le cui prove poco dopo hanno una corrispondenza con il cadavere di una diciassettenne, Rosie Larsen. Sarah e Stephen, una coppia non così ben assortita - lei ha un atteggiamento riservato mentre lui è più aggressivo per via della sua esperienza nella Narcotici - hanno subito due piste da seguire. Da una parte c’è una famiglia poco trasparente che aveva lasciato da sola la ragazza per un fine settimana di relax. Dall’altra, si sospetta il coinvolgimento del consigliere-aspirante-sindaco Darren Richmond (Billy Campbell), la cui auto con all’interno il cadavere di Rosie è estratta dalle acque di un lago. Come da prassi, i due detective immergono le mani nelle vite, via via sempre più torbide, della ragazza e di chi la conosceva, ricostruendo pezzo dopo pezzo le sue ultime ore di vita. Un lavoro delicato e ricco di retroscena che svia di volta in volta le indagini verso nuove direzioni e sospettati - dal ricco e dissoluto fidanzato di Rosie al suo insegnante d’inglese, fino al colpo di scena finale.

L’interesse morboso del pubblico (anche italiano) verso i crimini più efferati rende The Killing una serie perfetta per il contesto in cui si pone e per una rete come AMC, che sta definendo la sua immagine con show estremamente drammatici e stilisticamente differenti da qualsiasi altra cosa presente in tv (Breaking Bad, Mad Men, The Walking Dead). Sud sceglie un aspetto quasi noir per il suo lavoro, giocando sapientemente con l’umidità e i colori grigi del paesaggio autunnale di Vancouver (dove sono state girare realmente le scene). Lontana quindi dalle luci e dal caos dei maggiori crime drama odierni, così come dallo stereotipo del detective carismatico ed egocentrico. Sarah è professionale come loro ma se ne sta insolitamente tranquilla. Non mette in mostra le sue qualità fisiche e intellettuali né conduce il suo mestiere senza emotività, segno che finora abbiamo visto delle donne detective che in realtà si comportavano come se fossero degli uomini, forse perché a scriverle erano degli uomini. Enos, conosciuta precedentemente soprattutto per il ruolo di Jodeen Marquart in Big Love (che in certi aspetti ricorda Sarah), si presta perfettamente a un simile personaggio, sia per il suo aspetto fisico sia per l’abilità con la quale si lascia coinvolgere dal patos di una scena, gelida o intrisa di emozioni non importa. Una donna che in realtà è anche una madre, ruolo difficile per lei, che arricchisce ulteriormente la sua emotività. Al contrario, Kinnaman, attore quasi sconosciuto prima di The Killing, raffigura un ex poliziotto sotto copertura che sembra essere cresciuto per strada: si esprime come un’adolescente, è arrogante e impulsivo.

The Killing prende fermamente le distanze dai procedurali tutto inseguimenti, sparatorie e romanticismo (o “bromance” nei casi in cui i protagonisti sono due uomini) così tanto ricercati da tutti i broadcast nazionali e da quelle reti via cavo (TNT e USA fra tutte) che hanno maturato una certa confidenza con il genere. E come raramente accade, l’ottimo aspetto del prodotto combacia con una sostanza altrettanto affascinante, senz’altro ben scritta e interpretata, in cui ogni personaggio ha dei segreti da nascondere, i quali non tardano ad essere rivelati, cosa non di poco conto nell’era post-Lost. Soprattutto, The Killing è uno dei pochi (pochissimi!) crime drama con una trama fortemente orizzontale. In un panorama televisivo sempre più orientato verso il genere procedurale (nel drama come nella commedia), con storie poco ambiziose che non portano da nessuna parte, The Killing impone una scelta e si fa carico di un messaggio chiaro: non trasformatevi nei veri “assassini” di Rosie Larsen ma concedetevi del tempo da dedicare con costanza ad una serie tv, seguendola con le tempistiche e nel formato originali, com’è sempre stato. Ne sarete ricompensati. L’alternativa è una tv e un modo di vedere la tv sempre più frustrante, poco emotivo e quindi con un futuro sempre più incerto.


Pubblicato il 03/11/2011

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