
Sul lago Tahoe - la recensione
Se Sul lago Tahoe, opera seconda del messicano Fernando Eimbcke, ha colpito più che positivamente in tutti i festival in cui è stato presentato nel corso del 2008 (da Berlino a Torino, passando per Cannes e San Sebastian), non è certo un caso. Perché la storia di Juan - un sedicenne che seguiamo in quella che appare una tragicomica ricerca di un meccanico che possa riparare la sua auto e che lentamente, con irresistibile progressione si rivela come un particolare, delicato cammino di crescita e formazione basato sulla metabolizzazione e il superamento di un lutto - trova grazie ad accortezze di sceneggiatura e regia delle modalità di racconto che conquistano e appassionano.
Sul lago Tahoe è un film costruito sui vuoti e sul loro progressivo riempimento; su silenzi e momenti di normalità apparentemente banali che si rivelano carichi di emozioni e significato. Che si apre in maniera misteriosa e spiazzante e che procede poi obliquamente e per ellissi, facendosi bizzarro e lunare come ritmo, situazioni e messa in scena, ma al tempo stesso sempre più intenso e coinvolgente dal punto di vista emotivo. Chiaramente Eimbcke guarda con attenzione a modelli di cinema indipendente statunitense (il primo nome che viene in mente è quello di Jarmusch, ma se ne potrebbero fare molti altri), sia come sensibilità che come messa in scena, utilizzando apertamente quella distanza e quell'orizzontalità formali che sono in apparenza sembrano voler distanziare dalle vicende che raccontano, ma che al contrario riescono a mediare il pudore e la misura del sentimento con una grande forza empatica e comunicativa.
L'equilibrio trovato da Eimbcke nel bilanciare gli elementi a volte contrastanti del suo film dimostra una sensibilità non indifferente: da un lato non s'indugia troppo nella caratterizzazione weird di personaggi e situazioni né però le si riduce ad una piattezza banale priva di appigli; dall'altro non si cede alla tentazione di volare presuntamente alto mirando ad un'autorialità compiaciuta e pomposa nella forma e nell'esposizione dei sentimenti.
Ed il risultato è quindi quello di un film che procede per lenta ma inesorabile accumulazione di segni ed emozioni, che è in grado di vedere l'eccezionalità nella norma e la norma nell'eccezionalità, che spinge con delicata gentilezza e senza invadenza alcuna ad una cooperazione interpretativa che si traduce in un coinvolgimento in grado di lasciare il segno. E non è poco.



