S.Darko - la recensione del film


Non era facile. Inventarsi un sequel per un film tanto chiuso - nel suo avvilupparsi e ripetersi potenzialmente all’infinito – come Donnie Darko. Ma infinite sono anche le vie di Hollywood, ed ecco che lo sceneggiatore Nathan Atkins si fa venire la brillante idea di andare a scoprire cosa ne è stato della sorellina di Donnie, Samantha, a sette anni dallo schiantarsi del motore di jet sulla loro casa. Forte, tra l’altro, del fatto che nel frattempo Daveigh Chase è diventata una ragazzetta in grado di solleticare più di una fantasia adolescenziale. Ed ecco che quindi seguiamo le sue avventure di vita randagia assieme ad un’amica scapestrata, la pausa forzata in una cittadina nel bel mezzo del deserto dello Utah; ma soprattutto il moltiplicarsi progressivo di sonnambulismi, visioni, presagi oscuri di morte e distruzione.

Perché con la scusa o il pretesto di voler portare avanti il ragionamento sulla “filosofia del viaggio nel tempo” di Roberta Sparrow, S.Darko potrebbe sembrare in realtà più un remake che non un sequel del cult diretto da Richard Kelly. O meglio, una sorta di rebooting, di reimmaginazione, come va di moda sostenere oggi. Perché il film di Chris Fisher – regista che tradisce, e non necessariamente nel male, il suo background prettamente televisivo e che assesta qualche bel colpo all’occhio – altro non è che una versione dell’ “originale” spogliata di tutti quegli elementi costitutivi della sua identità tematica e culturale e rivestita di abiti nuovi: abiti più hip, più colorati, più leggeri, più superficiali. Più adatti alla ricezione ottimale da parte di quello che chiaramente è il suo target di riferimento.

Via gli anni Ottanta, largo ai Novanta. Via l’introversione adolescenziale maschile, largo alla finta sfacciataggine lolitica di quella femminile. Niente più suburbia ma profonda provincia. E uno sguardo e uno stile che non hanno la benché minima voglia di stimolarsi e stimolare a scavare nella stratificazione dell’immagine e del contenuto – o perlomeno a grattar via un po’ della patinatura di superficie – lasciando che invece parli la banale semplicità dell’immediatezza priva di risvolti di situazioni e personaggi che, a scanso di equivoci, si raccontano sfacciatamente per quello che sono. Così facendo si perde inevitabilmente quello che era il senso ultimo e il motivo di fascino del film di Kelly: si perdono la volontà e la capacità mai forzate di indagare dietro l’inquietante apparenza della normalità del sogno americano, del suo progressivo incancrenirsi e mutarsi in incubo. Nell’esposizione immediata e diretta di traumi, storture e patologie c’è già il suo antidoto, la sua normalizzazione, la sua cura palliativa e (in)efficace.

Ed allora ha senso che in un film come S. Darko il volto del coniglio Frank e l’ossessione che simboleggia si facciano elmo metallico, materico e pesante; mentre a diventare privo di senso, in tale contesto e con tali prospettive, è il sacrificio fatto da Donnie del film di Kelly. Per non parlare di quello dei nuovi protagonisti. Ed è questo, più che scelte opinabili o apprezzabili da un punto di vista più immediatamente legato al possibile entertainment, il peccato originale di S.Darko.


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