
Garage - la recensione
C’è un garage, un piccola e isolata stazione di servizio, ai margini di una altrettanto piccola ed isolata cittadina della campagna irlandese. Lì lavora Josie, quello che un tempo – lontani dalle ansie del politically correct – si sarebbe definito “lo scemo del villaggio”. Un uomo tanto semplice e ingenuo quanto mite, spontaneo e dotato di una purezza umanamente imperfetta: per questo Josie è tanto amato da alcuni quanto sfruttato e schernito da altri, e per questo i rapporti più veri che riesce a stabilire sono quelli con i più giovani e sensibili. Con quelli più vicini alla sua natura.
Ma anche persone così, anche un ragazzo silenzioso e non superficiale come David – con cui Josie stringe un sincero rapporto di amicizia – arrivano al momento in cui la naturalità così scandalosamente sfacciata dell’uomo diventa qualcosa di difficile da gestire. E se poi le ragioni di queste difficoltà - che gettano le loro radici un quel tabù più o meno represso che è la sessualità, ma che mai sono “pericolose” o disturbanti in alcun modo - arrivano alle orecchie di coloro che sono ancora più strutturati, inquadrati, “socializzati” di David, ecco che la tragedia assume le proporzioni dell’inevitabilità.
Attraverso il ritratto di Josie (interpretato da un bravo e intenso Pat Shortt), l'esordiente Lenny Abrahamson non ci parla tanto, e magari banalmente, del conflitto mai sopito tra natura e cultura, ma obbliga a specchiarci in un personaggio che rappresenta quella parte di noi che è insopprimibile e fondamentale, ma che è necessario gestire e controllare. Perché il problema non sta nel controllo che ci imponiamo attraverso le regole, i tabù, i costrutti; il problema sta nella misura, nella gradazione.
E quindi, se con ovvia intelligenza Garage – film dotato di uno sguardo partecipe ma mai invadente, in grado di regalare partecipazione ma anche oggettivazione – non descrive mai Josie come qualcuno con il quale è possibile o auspicabile un’identificazione empatica totale e indiscriminata, è inevitabile parteggiare per lui di fronte ad una cieca, crudele e meschina ottusità, figlia della paura: quella dei cosiddetti “normali”, dei sani, degli inseriti nella società. Degli ipocriti. Di un mondo che non è più in grado di concepire la (nostra) natura senza sentire dentro il terrore di chi non vuole ascoltare né vedere quel che è vero.




