Che la fine abbia inizio - la recensione

Che la fine abbia inizio (inspiegabile titolo italiano per l’originale Prom Night) è un remake. Per l’esattezza il libero remake di un film già di per sé più che trascurabile del 1980 noto nel nostro paese come Non entrate in quella casa. Ma questo importa poco o nulla.Così come nel complesso importa poco o nulla che questo esordio cinematografico del regista televisivo Nelson McCormick risulti essere uno degli horror più fiacchi visti da diverse stagioni a questa parte, in qualche modo qualitativamente assimilabile a quel Chiamata da uno sconosciuto visto un paio di estati fa con Camilla Belle come protagonista.Non è nel complesso importante che, pur piuttosto breve, il film sia carente di ritmo, abbia una sceneggiatura piena d’incongruenze e prevedibilissima e non regali la benché minima forma di suspense. Perché l’elemento di Che la fine abbia inizio veramente degno di una qualche forma d’interesse (seppur non qualitativamente qualificante, anzi…) è la sua strisciante e forse persino inconsapevole presa di posizione politica ed ideologica nei confronti del genere.

In qualche modo sintetizzando e completando una tendenza purtroppo sempre più diffusa, quello di McCormick è un film che mira alla più totale normalizzazione e assimilazione nei canoni dello status quo di quello che tradizionalmente e per sua stessa natura è sempre stato il genere più polemico, destabilizzante e dialettico: l’horror. Che la fine abbia inizio è lo slasher che avrebbe potuto produrre la Disney per regalare qualche brivido ai fan di Hanna Montana, o un qualche teo-con con aspirazioni da movie- mogul. Rimuove non solo la violenza (e va da sé che uno slasher senza violenza…) ma nonostante lo spunto di partenza e il setting - rispettivamente un insegnante impazzito per l’ossessione erotica per una sua studentessa ed il famigerato ballo di fine anno dei licei americani - azzera radicalmente ogni possibile accenno al sesso, presenta protagonisti perfettini che non copulano, non fumano, non bevono e come massimo momento di trasgressione si fanno scappare un “bitch” guadagnandosi così pure un bonario rimprovero da parte degli amichetti.

In Che la fine abbia inizio tutto è patinato, edulcorato: a morire tra i protagonisti sono non a caso solo coloro che hanno mostrato qualche minimo e debolissimo segno di vita e di carattere che li potesse allontanare dalla norma omologante. Tanto che non c’è nemmeno gusto a fare il tifo per quel manichino col coltello di Johnathon Schaech.

Né negli Stati Uniti né in Italia sono state organizzate anteprime stampa del film: non appare di certo un caso.

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