Il primo uomo - la recensione del film di Gianni Amelio
Per capire la bellezza, la spontaneità, la misura e la poesia de Il primo uomo non occorre partire dall’insondabile mistero racchiuso in un’opera letteraria lasciata incompiuta (in questo caso l’ultimo romanzo, peraltro autobiografico, di Albert Camus). Si può invece cominciare da una dichiarazione rilasciata da Gianni Amelio nel corso di un’intervista: “Per raccontare l’esistenza di un altro, devi farla tua”.
Per raggiungere la verità, dunque, un’opera cinematografica o letteraria deve necessariamente passare attraverso una debita appropriazione. Attraverso un’assimilazione che, nel caso del nono film del regista calabrese, ha il pregio di diventare non solamente identificazione, ma soprattutto fusione fra la propria memoria e quella del personaggio/autore.
Come lo scrittore Jacques Cormery, che torna nella natia Algeria per ridare un senso alla propria esistenza, anche l’artista e uomo Gianni Amelio riscopre nel ritorno all’infanzia la propria identità perduta. I ricordi dell’uno diventano così i ricordi dell’altro, quasi identici anche se ci sono 30 anni a separarli: la stessa nonna ruvida e severa, la stessa povertà e perfino la stessa fascinazione per il cinema.
Non c’è nessun autocompiacimento nostalgico in questo cammino parallelo, non ci sono né bozzettismo né un’inutile mitizzazione. Al contrario, la rievocazione è sempre sincera, intima e malinconica e si alterna alla descrizione del presente con una naturalezza quasi sconcertante. L’incanto di ieri scivola morbidamente nell’oggi, contaminando con il suo pudore un tempo di caos e di conflitti etnici, il tempo di un’Algeria devastata dal terrorismo.
Ecco allora che Il primo uomo diventa un’opera politica, che riesce a colpire al cuore perché, invece di imporsi come un film a tesi, ha un punto di vista: quello di un cineasta che cerca nel pubblico un complice di emozioni e che, proprio come desiderava Camus, vorrebbe aiutare, con la sua scrittura, non quelli che fanno la storia, ma quelli che la subiscono.
Liberando il suo pied noir dalle accuse di reticenza in merito alla questione franco-algerina, anche Amelio sembra alleggerirsi, e attraverso un film dallo stile robustamente classico e fluido, ritrova la strada del suo cinema.
Rimane da chiedersi perché il Festival di Venezia non lo abbia voluto in concorso.

Il primo uomo
GENERE: DrammaticoANNO: 2011
REGIA: Gianni Amelio
CAST: Michel Cremades, Jacques Gamblin, Maya Sansa, Michael Batret, Nicolas Lublin
Il primo uomo - la recensione del film di Gianni Amelio

Questo Camus sono anche io: Gianni Amelio presenta Il primo uomo










