Lech Majewski a Roma: Bruegel è come Fellini
L’artista polacco Lech Majewski è venuto a Roma per presentare la sua ultima opera cinematografica, I colori della passione, film costruito su e, letteralmente, dentro il celebre quadro di Pieter Bruegel il Vecchio “La salita al calvario”.
I colori della passione , che in Italia uscirà in circa 20 copie, è stato proiettato nei maggiori musei del mondo, dalla National Gallery di Londra al Louvre di Parigi, e, dopo un passaggio al Sundance del 2011, è stato acquistato da 55 diversi paesi, ultimo il nostro.
Majewski non è nuovo raccontare al cinema l’arte e gli artisti. Sua è la sceneggiatura del Basquiat di Julian Schnabel, suo quel Wojaczec che raccontava la vita tormentata dell’omonimo poeta polacco.
“ Al cinema mi piace incontrare gli artisti, perché li trovo assai più interessanti dei gangster,” spiega Majewski. “I gangster non mi possono insegnare nulla, nulla che mi interessi, gli artisti sì. Se devo spendere del tempo della mia vita a realizzare o guardare un film, preferisco farlo con la possibilità di crescere, incontrando e dialogando con qualcuno che ammiri, mi interessa e mi può insegnare qualcosa. Per questo ho scritto Basquiat, per questo ho realizzato Wojaczec, film che poi ha influenzato opere come Last Days di Gus Van Sant o Control di Anton Corbjin.”
Majewski si è detto particolarmente felice che il suo film fosse sbarcato in Italia, per via di un legame antico e complesso, personale ed artistico, con il nostro paese: “Quando ero adolescente andavo spesso a Venezia,” racconta. “Mio zio insegnava al conservatorio di Milano e aveva una casa a Venezia, dove spesso m’invitava. Per andarlo a trovare prendevo un treno poco costoso ma lentissimo, che faceva una lunga tappa a Vienna e lì visitavo sempre il Museo di storia dell’arte: è stato lì che ho incontrato Bruegel per la prima volta, dato che la sua Sala X [che appare al termine del film, n.d.r.] contiene tutti i suoi principali capolavori. Ricordo che a Venezia mi adoperavo per andavo a incontrare le star dell’arte contemporanea alla Biennale, ma passavo anche tantissimo tempo nella Galleria dell’Accademia, a vedere l’arte che non si poteva più fare. E lì c’è il mio quadro preferito, “La tempesta” di Giorgione, che mi ha sempre ricordato tantissimo alcune scene di Blow Up di Michelangelo Antonioni: ecco, se Giorgione fosse vivo oggi, farebbe cinema, non dipengerebbe. Ed è anche merito di Antonioni se oggi sono qui: ricordo che nel ’76 visitò la scuola di cinema che frequentavo in Polonia, che mi strinse la mano e mi augurò buona fortuna.”
Il legame tra arte e cinema per Majewski è ovvio e naturale (“per me sono la stessa cosa”), tanto che, sempre parlando del nostro paese, l’artista trova nei film di Federico Fellini numerosissime analogie con le opere di Bruegel, per il modo in cui sono presentati i personaggi e per lo stile rappresentazione in senso ampio.
Un Bruegel che il polacco ammira moltissimo: “Di fronte alle sue opere, rimani letteralmente ipnotizzato dalla sua arte e dalla sua psicologia. Sa perfettamente come farti entrare dentro il quadro, che è sempre composto da molti livelli: prima viene il racconto, poi il linguaggio dei simboli, abilmente nascosti, e poi in fondo la sua filosofia. Nessun altro nella storia dell’arte e della pittura faceva quel che faceva lui, nascondere i protagonisti del suo quadro. C’è una grande saggezza in questo: illumina in questo modo la miopia dell’agire umano, della nostra capacità di osservazione.”
Il tema dell’osservazione è centrale per Majewski, che ritiene che “viviamo in un’epoca di cecità. Facciamo tutto e possiamo fare tutto, ma non guardiamo più, non lo sappiamo più fare. Non cogliamo più il senso, i simboli. Ma se guardi attentamente una mela, a lungo, allora quella mela di appare qualcosa di più, di più profondo. A quei tempi c’era invece abitudine a guardare e contemplare. E quando dipingevi la mela succedeva qualcosa di più complesso di una semplice riproduzione. È per questo che le opere di Bruegel possiedono una tale complessità, e quelle di oggi sono così insignificanti. Il saggista Michael Gibson, con cui ho collaborato per il film basandomi sul suo testo monografico sulla “Salita al calvario” mi ha confessato che potrebbe ancora scrivere centinaia di pagine su quel quadro, mentre io, quando ne devo stilare 30 su un pezzo di arte contemporanea, sono costretto a menare il can per l’aia, a parlare di nulla retoricamente. Perché oggi non ho più nulla a cui aggrapparmi.”
Dopo Bruegel, Lech Majewski si occuperà di Dante, e per motivi analoghi. “Sto portando avanti un lavoro che lo riguarda, perché anche in questo caso sono davvero affascinato dalla densità concettuale della sua opera, da come avesse la capacità di contere davvero tutto, l’intero suo mondo contemporaneo fisico, filosofico e metafisico in un’opera relativamente breve.”
Peccato non fossero state altrettanto brevi, e chiare e a volte secche come le risposte di Majewski, le domande di alcuni studenti della NUCT presenti all’incontro, che afferravano il microfono con fare annoiato e esordivano dicendo cose “parlerò piano perché la mia domanda è molto articolata” e iniziano a parlare con boria di piano figurativo e artistico, o di modalità di ricezione.
Oggi non si sa più osservare, e forse non si sa più nemmeno essere umili.

I colori della passione
GENERE: Drammatico, StoricoANNO: 2011
REGIA: Lech Majewski
CAST: Rutger Hauer, Charlotte Rampling, Michael York, Joanna Litwin, Dorota Lis
I colori della passione - la recensione del film

Lech Majewski a Roma: Bruegel è come Fellini








