Venuto al mondo - la recensione di un film che parla al cuore

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E' un'opera fatta con il cuore il quarto film di Sergio Castellitto, il cuore di un attore e regista che in poco più di due ore è riuscito a tradurre in immagini potenti, epiche, evocative, un romanzo nato dall'urgenza di raccontare i grandi archetipi della vita.
Secondo adattamento di un libro di Margaret Mazzantini, dopo Non ti muovere, del 2004, Venuto al mondo punta dritto alla parte emozionale e quindi più recondita e pericolosa dello spettatore, narrando una struggente storia d'amore sullo sfondo di una guerra inumana e logorante.
Lo hanno fatto in molti al cinema, da Victor Fleming ad Anthony Minghella, passando per David Lean e Jean-Pierre Jeunet. Castellitto, però, è voluto andare oltre, lasciando il conflitto sullo sfondo ed eliminando le scene di raccordo che stemperano la tensione a favore delle cosiddette scene madri, quelle in cui si soffre, ci si innamora, si perde un figlio o si è colpiti a morte da un cecchino. E' un gioco, spiazzante, un po' perverso, che colpisce nella pancia e che, se ci si crede, non lascia alcuna tregua. Il regista lo gioca con disinvoltura, forte della presenza di un'attrice, Penelope Cruz, che viene dalla scuola dei tourbillon emotivi almodovariani, e di un attore, Emile Hirsch, capace di variare all'infinito nella partitura dei sentimenti. E' proprio il personaggio di quest'ultimo, solido nell'assolutezza del suo amore ma fragile di fronte al male del mondo, a incarnare l'obiettivo e insieme la caratteristica principale del film: l'assenza di sovrastrutture.
Stranamente, a una simile sincerità di intenti fa da contrappunto una messa in scena evidente, quasi teatrale, che trova la sua ragion d'essere nella piena aderenza ai canoni del melò.
Di questo genere che aiuta a spurgare le ferite, Venuto al mondo abbraccia tutti i cliché ad eccezione della degenerazione in retorica. Sergio Castellitto, insomma, punta solo alla verità dei personaggi, ai quali resta fedele perfino quando affronta lo scomodo tema della impossibilità di mettere al mondo un figlio. A differenza del libro, il film non indugia nella descrizione della frustrazione legata all'infertilità, ma la illumina con pochi lampi di luce, rendendola funzionale alla storia. E allora Gemma che non riesce ad avere un figlio si fa metafora di un mondo che alla vita spesso ha opposto la distruzione, l'annullamento, la privazione. A contrastarla restano, con decisione, i ricordi e i figli nostri e degli altri, depositari di un ipotetico futuro migliore.



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