Green Zone - recensione del nuovo film di Paul Greengrass

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Green Zone - la recensione

Il maresciallo luogotenente Roy Miller arriva nel 2003 in Iraq per trovare e neutralizzare le armi di distruzione di massa. Già al terzo mancato ritrovamento, intuisce che le informazioni in possesso dell'esercito non sono affidabili, mentre la Defense Intelligence Agency svicola ogni richiesta di chiarimento. Per venire a capo dell'enigma, Roy si affida alla concorrente CIA: sarà la via giusta?

Sarebbe facile etichettare, con connotazioni a seconda dei casi positive o negative, il racconto di Green Zone come “antiamericano”. Il regista Paul Greengrass invece, ispirandosi al libro-inchiesta "Imperial Life in the Emerald City" del giornalista Rajiv Chandrasekaran, prepara insieme allo sceneggiatore Brian Helgeland un nuovo meditato appello alla speranza “dell'anticorpo”. Green Zone non è in realtà lontano dallo spirito di un'opera come Good Night, and Good Luck, non per niente di George Clooney, uno dei sodali di Matt Damon, qui protagonista. Più che la logica di schieramento, conta coltivare la speranza che nella degenerazione del potere esista sempre un elemento (in questo caso Miller) capace di aggrapparsi a dei principi di trasparenza e di fedeltà agli elementi costitutivi della democrazia.

Sballottolato come un qualsiasi cittadino che voglia orientarsi nei resoconti e nelle fonti, con in più il rischio della prima linea, Miller è per la maggior parte del film, in un affascinante ossimoro, un eroe-pedina. La struttura da apparente thriller di genere riesce perfino per qualche momento a farci identificare nella CIA i “buoni” della situazione, per poi ricordarci i limiti di una certa politica di compromesso con la forza dei fatti che si svolgono sullo schermo. Se il compromesso non rispetta il dolore e i nuovi assetti sono una montatura, un'àncora può essere l'oggettività del vero giornalismo, nelle cui fila lo stesso Greengrass ha militato: comunicare la verità è la prima pietra su cui costruire le proprie bussole etiche. A proposito di ciò, si potrebbe dire che il film perda il suo potente sguardo oggettivo quando nel finale affida a un protagonista “bournato” azioni didascaliche, che ridividono in bianco e nero il confuso grigio della gran parte del film, salutare perché propedeutico alla riflessione. Può essere tuttavia considerato un male necessario, un piccolo cedimento calcolato e “didattico” per rendere più nitido un film che non potrebbe mai esserlo a causa dell'argomento trattato.

Girato con l'usuale istintualità, pregio maggiore del regista che usa lo zoom come uno sguardo ansioso e non ha paura d'impallare sul serio la visuale, montato solidamente dal fedele Christopher Rouse, Green Zone, nel suo tentativo di conciliare spettacolo e riflessione in un mercato dominato da remake, reboot, 3D e sequel faticosi, è sanamente dinamico e pragmatico come il luogotenente Miller.

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