I colori della passione - la recensione del film

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Un film su un artista o un quadro non è di per sé una novità assoluta.
Né lo è il fare e farsi cinema di una rappresentazione solo apparentemente statica come quella pittorica.
Ma bisogna rendere atto a Lech Majewski che mai prima del suo I colori della passione la sovrapposizione tra cinema e pittura era stata tanto precisa e totale, immersiva, capace di aprire profondità letteralmente tridimensionali senza l’ausilio dell’abusata stereoscopia. Non che questo sia necessariamente un bene.

Partendo da un dipinto di straordinaria complessità e da lui molto amato come “La salita al calvario” di Pieter Bruegel il Vecchio, l’artista polacco ci conduce al suo interno, scomponendolo nei suoi numerosi, singoli elementi e facendo coincidere il nostro sguardo su quello ossevante e figurativamente narrante del Bruegel di
Rutger Hauer.
In questo modo, il brulicare dei personaggi del quadro nella sua fissa interezza viene sostituito dal (in)quieto, silenzioso alternarsi di singoli momenti, singole storie che sono per il pittore ispirazione e per noi processo di conoscenza, umana e artistica.
Majewski
, utilizzando la tecnologia digitale in modo innovativo, mescolando su più livelli blue screen, paesaggi reali, fondali dipinti e figure in carne ed ossa, stratifica il suo film e il suo racconto, che diventa partecipata lezione di storia dell’arte e riflessione sul gesto creativo, documento di un’epoca e saggio di filosofia artistica.

Magari affascinante ma non di facile fruizione, nella sua dilatazione di tempi, spazi e silenzi,
I colori della passione trova però alcuni limiti nell’atteggiamento sempre un po’ scolastico e pedante degli artisti che si prestano (più o meno spesso o continuativamente) al cinema: il risultato è un debito emozionale che fa rimpiangere riferimenti immediati e diretti come i Greenaway, i Tarkovskij e i Sokurov.
Rispetto a questi modelli manca il momento in cui il godimento estetico ed intellettuale trasmuta e si fa narrazione avvincente ed estatica. La stessa contenuta nella fissità del quadro di partenza.
Allora, il finale de I colori della passione, che fuoriesce dalla tela di Bruegel (e quindi da sé stesso) per mostrarne l’esterno, museale e distaccato, sembra essere ammissione di uno sguardo consapevole dei limiti della sua partecipazione.

Schede film di riferimento