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Stevie Wonder: Da 50 anni, il signore della musica Black

Stevie Wonder: Da 50 anni, il signore della musica Black


Lo scorso 13 maggio Stevie Wonder ha compiuto 62 anni. Di suo non è una grande notizia, ma se la vediamo da un altro punto di vista, sono passati 50 anni dall’uscita del suo primo disco “Tribute for Uncle Ray” (Charles).  Non è un disco memorabile, nè a mio parere è particolarmente sexy che il primo disco scritto per un bambino non vedente sia dedicato ad un altro artista non vedente. Ma è l’inizio della carriera straordinaria di questo ragazzino nato prematuro – e per questo finito in una macchina incubatrice che sarebbe la responsabile della sua cecità – che a 7 anni suona divinamente il pianoforte, a 9 l’armonica e la batteria, a 11 entra nella casa discografica della Motown – facendo un macello e suonando qualsiasi cosa gli capiti a tiro – e viene immediatamente messo sotto contratto.  E che l’anno dopo esce, appunto, con il suo primo disco. Il nome d’arte è “Little Stevie Wonder”. L’ottava meraviglia. L’anno successivo esce il suo secondo album, l’anno dopo il terzo… in un’escalation pazzesca che chiude la sua prima fase in Motown a 21 anni con dieci album all’attivo. Di tutta questa prima parte il pezzo di maggiore successo è sicuramente “Uptight”, che vediamo eseguito dal vivo dalla piccola meraviglia alla veneranda età di 15 anni:

Il primo rapporto con la Motown non è dei più rosei. Se da una parte l’essere costantemente seguito artisticamente gli permette di evolversi, diventando il più grande poli-strumentista del tempo, la direzione musicale che è costretto a seguire non lo accontenta. E cosi il piccolo Stevie la Meraviglia, arrivato 21enne alla scadenza del contratto, piuttosto che rinnovare immediatamente per la Motwon, richiede le royalty sui brani prodotti fino a quel momento, fonda una propria etichetta discografica e registra due album composti e suonati interamente da lui. Con questi album all’attivo torna quindi in Motown chiedendo (a muso duro) un contratto che gli lasci maggiore, anzi totale, libertà di composizione. Nell’ottenerlo, Stevie da inizio al suo decennio d’oro: il periodo che va dal 1971 al 1982 è costellato di capolavori come “Boogie On Reggae Woman”, in cui Stevie la Meraviglia suona tutti gli strumenti (occhio… questa canzone da dipendenza!):

Esistono degli album di Stevie Wonder che non dovrebbero mancare nella personale collezione di ognuno di noi e che appartengono al periodo successivo: quello tra gli anni 80 e 90. Ci sono album come “Jungle Fever” (1991), “Characters” (1987) o “Conversation Peace” (1995). Ci sono poi tante canzoni, a partire dalla famosissima “I Just Called to Say I Love you”, oppure collaborazioni importanti, come quelle con Michael Jackson e Paul McCartney di quella “Ebony and Ivory”, che andiamo a sentire nel prossimo video. Ma subito dopo il video torneremo a parlare dei 4 album fondamentali realizzati a cavallo tra il 71 e l’82 che consacrano tutt’oggi Stevie Wonder come il più grande artista soul in circolazione.

Partiamo con “Music of My Mind”, del 1972 Questo album è fondamentale perchè apre la strada per i lavori successivi. Stevie Wonder inserisce il sintetizzatore, strumento mai usato fino a quell momento nella musica Soul della Motown. E’ una rivoluzione. Le sonorità vanno dal Soul al Funk, con tracce come “Love Having you around” o “I love every little thing about you”. Nello stesso anno esce un altro album, co-scritto da Wonder insieme alla moglie Syreeta, e verso la fine dell’anno un altro album ancora: “Talking Book”. Altro capolavoro. Se da una parte rimane un album poco coerente dal punto di vista musicale – Stevie spazia veramente in continuazione da un genere all’altro – le tracce sono letteralmente una più bella dell’altra. Come, ovviamente, Superstition:

Nel 1973 quello che la critica considera “il capolavoro” ovvero “Innervision”. Vi si trovano delle tracce come “Higher Ground” o “Living For the City”. Senza entrare nel dettaglio dei temi – Stevie Wonder è sempre stato molto attivo politicamente – ci troviamo di fronte a brani che non possiamo che definire semplicemente perfetti: il picco assoluto di quel Motown sound che ha condizionato la musica americana e mondiale.

Nel 1974 escono altri due ottimi album, ma è con “Songs in the Key of Life” del 1976 che possiamo chiudere il cerchio. Album probabilmente sotto tono rispetto a “Innervisions”  (Wonder non è il produttore dell’album e l’opera ne risente), ma che è ritenuto il suo album di maggior successo, con tracce come “Isn’t She lovely”, “Knocks Me On Feet”o l’acustica “Golden Lady”. Nel 1982 uscirà “Original Musiqurium (Vol 1 e 2)” che concentra in un’opera unica il meglio del decennio precedente: se non volete comprare tutti e quattro gli album, potreste cominciare con questo doppio dal quale prendiamo, per chiudere, un altro “pezzone”, scritto apposta per “Musiquarium”, come “Front Line”. Buon ascolto!




Pubblicato il 04/06/2012
Fulvio Marelli

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