Gods Of Metal - Day 2
C’eravamo lasciati con i nostri due stanchi ed ustionati inviati alle prese con il loro tanto agognato albergo ed il meritato sonno; ma oggi è un’altro giorno. Dopo un’abbondante colazione, con uno zaino in spalla e un inquietante colorito viola, ci rimettiamo in marcia per fare il nostro ingresso nel parcheggio adibito ad arena della manifestazione.
Qualche non meglio precisato problema organizzativo, porta lo show a cominciare con una mezz’ora abbondante di ritardo, cosa che costringe il primo gruppo, i Cancer Bats ad uno striminzitissimo set di appena una manciata di pezzi. Buona comunque la brevissima esibizione. Death Metal edulcorato ed un po’ fuori fuoco per gli Axewound, nuovissimo side project di Liam Cormier (voce) degli appena nominati Cancer Bats e di Matt Tuck dei Bullett For My Valentine (seconda voce e chitarra) che, complici anche alcuni problemi tecnici, non convincono appieno.
Assenti
dalle scene dal lontano 1997, gli Ugly Kid Joe (che hanno seguito
il
trend delle reunion nel 2010), sono i primi a “scaldare” (anche se con 39° e la
percezione “Hell on Earth”, di cui abbiamo parlato la volta scorsa e che
continua a perseguitare la manifestazione, non è l’espressione più appropriata)
il pubblico che accoglie i classici della band (Neighbour, Milkman’s Son e
Everything About You su tutti) con grande ... ehm ... calore (ora la
smetto, giuro!).
I Soulfly ereditano il palco dagli Ugly Kid Joe e cominciano subito a vomitare la loro infinita cattiveria sui bollenti astanti con brani presi dalla loro discografia e classici dei Sepultura. Interessante notare la presenza in alcuni brani di altri membri della famiglia Cavalera (il figlio Richie, il nipote Igor Junior e, pare, la nonna Ernestinha alle maracas in Refuse/Resist). Partecipando a qualunque festival e manifestazione, la band, purtroppo, paga questa sovraesposizione in termini di cartellone; ma l’ex Sepultura non demorde e sta valutando l’offerta di aprire i concerti del prossimo tour di Giorgia.
Esibizione di grande livello, quella offerta dai successivi Rival Sons. Il gruppo di zeppeliana memoria, capitanato da Jay Buchanan è fautore di un rock/blues anni settanta di ottima fattura e, nonostante un deciso taglio di scaletta dovuto al ritardo iniziale della giornata, riesce a trasportare indietro di quattro decadi i fortunati spettatori.
Dopo
gli ottimi Rival Sons, restiamo in ambito rock, anche se più
moderno e
più “hard”, con i Black Stone Cherry. Esibizione devastante per la
band
capitanata dal vocalist/chitarrista Chris Robertson. Brani come
Yeah
Man o Blind Man, fanno scatenare i presenti, complice un grande
John
Fred Young alle pelli. Si conclude con Blame it on the Boom Boom,
che
lascia tutti felici e contenti.
Si prosegue con gli attesissimi Killswitch Engage che, anche grazie al ritorno dello storico frontman Jesse Leach, attirano numerosissimi fan. La scaletta è una sorta di Greatest Hits, che serve a reintrodurre Leach e a dimostrare come questo riesca a fare propri i brani cantati dall’ex frontman Howard Jones; prova passata a pieni voti.
Molto
atteso anche Sebastian Bach, che cominciando a roteare come un
pazzo il
microfono, lo rompe alle prime note di Slave To The Grind. Bravo!
Comunque, dopo aver inveito contro il mondo creato, il nostro amico riprende lo
show con un nuovo (e rinforzato, I suppose) microfono e ci dimostra che gli
anni non hanno per nulla intaccato il suo smalto. Agile e tranquillo, Bach,
canta,
strilla, salta e rotea (aridàje) il povero microfono. Sicuramente più
apprezzati i grandi classici degli Skid Row come Piece of Me,
I
Remember You e la conclusiva Youth Gone Wild.
Anche se decisamente fuori posto in una scaletta hard rock oriented come quella di questa seconda giornata, gli olandesi Within Temptation, capitanati dalla bella e talentuosa Sharon Den Adel, e fautori di un gothic metal molto in voga nel nostro paese, si comportano bene e ci traghettano, con una performance un po’ monocorde ma di tutto rispetto, verso gli headliners.
Molti
dei presenti sono, ehm, presenti, per vedere i Guns. Molti dei
presenti
sono presenti perchè cresciuti a pane e Guns. Io per primo. E
anche se
non è la prima volta che vedo Axl Rose cantare i pezzi dei
Guns (perché
bisogna essere onesti, Axl è l’unico vero GNR
presente, se si
esclude il buon Dizzy Reed), ogni volta è come la prima volta. No,
non
sono stati perfetti come hanno detto in molti, e no, non hanno il tiro dei
“veri” GNR, ma, nonostante i problemi con il volume (nel Pit
si
sentiva poco e male), qualche strafalcione del batterista, e gli intermezzi
strumentali quasi mai azzeccati, è stato un bel concerto. Più di tre (!!!) ore
di set per Axl e soci che hanno suonato praticamente qualunque
cosa lui
abbia scritto dai cinque anni in poi, inserendo qualche cover quì e là (Dead
Flowers,
Rolling Stones e Whole Lotta Rosie,
Ac Dc). Va bene, Axl
non è più filiforme e si è cambiato d’abito circa dodici volte, ma è non è
una delle ultime rock star rimaste? La voce è quella di sempre, ma con un po’
di maturità in più; e pezzi come Welcome to the Jungle, It’s So Easy, My
Michelle (cantata in coppia con l’amico S.Bach) o
November Rain, non
fanno rimpiangere poi tanto quello che è stato e mai più sarà. Dopo il
lunghissimo set, la conclusione arriva con la splendida Patience e
Paradise
City: un tripudio di coriandoli, fuochi d’artificio e braccia levate
salutano la band che ha ampiamente meritato il rispetto e l’ammirazione delle
più di diecimila persone presenti.
I nostri eroi (che poi saremmo sempre il mio collega ed io), giunti alla fine della giornata e delle loro forze, prendono, strisciando, la lunga via che li porterà all’hotel. Lì potranno perdere i sensi abbastanza a lungo da recuperare le energie, ed affrontare così la terza giornata del Gods of Metal.


