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Wolfmother @Atlantico Live, Roma, 12 luglio 2012

Wolfmother @Atlantico Live, Roma, 12 luglio 2012


“Ma sono dei segaioli!” esclama la collega al mio fianco.
Il concerto romano dei Wolfmother è cominciato da poco.  Mi giro verso di lei alzando un sopracciglio e pure un po’ contrariato, ché la band di Andrew Stockdale sta già spingendo fortissimo.
“No, no, ma in senso buono,” si affretta a spiegare lei. “Nel senso che suonano ogni pezzo come se fosse l’ultimo.”
Niente di più vero.

I rocker australiani, sul palco di una location sempre più inadeguata dal punto di vista dell’acustica come il casermone dell’Atlantico Live, hanno regalato al pubblico, accorso per ascoltarli suonare sfidando la calura, un’esibizione fiume, intensissima e partecipata.
Perché quello che si percepisce, palpabile ed evidente, che Stockdale e soci a suonare si divertono come dei pazzi, che i Wolfmother sono quanto di più lontano dai gruppi impiegatizi che timbrano con fare routinario il cartellino della tracklist programmata e poi via, a casa senza troppi pensieri.
No, i Wolfmother suonano per due ore piene, dilatando i brani nella più classica tradizione stoner, facendone piccole sinfonie neo-psichedeliche, accelerando improvvisamente e pigiando sul pedale dell’hard rock martellante e veloce.

Certo, c’è un pizzico di quella sfacciata (e simpatica) arroganza di Stockdale nella voglia di spiazzare il pubblico e trasformare, ad esempio, la coda di “Colossal” in un trip musicale lentissimo e anomalo che lascia interdetti i metallari che fino a pochi secondi prima si agitavano in headbanging.
Ma è un'arroganza che gli australiani si possono permettere, e un gran bell’osare musicale, che tradisce la voglia si muoversi con libertà e irriverenza tutte rock su un terreno musicale ampio e variegato.

I Wolfmother (da segnalare l’ingresso alla batteria dell’ex The Vines Hamish Rosser) suonano senza tregua, Stockdale si agita, si arrampica, si mette da parte, porta sul palco il gruppo spalla per divertirsi con loro. Quando parte “Woman” il pubblico è irrefrenabile.
Quando dopo circa un’ora e mezza fanno cenno alla band che devono chiudere (perché, poi??), il cantante non ne vuole sentir parlare. Sembra quasi un siparietto studiato, ma quando si accendono le luci e ci si prepara alla solita pantomima dell’encore, si capisce che è tutto vero.
Stockdale il palco non lo molla. Suona un altro brano con la band, poi uno da solo alla chitarra acustica. “Non me ne vado!”, grida, in puro stile rock’n’roll.
E va avanti. I Wolfmother tutti, vanno avanti, fino al finale di una dilatatissima ed energicissima “The Joker and the Thief”.

Alla fine sono tutti stremati, loro e noi, ma se ne vorrebbe ancora.
Segaioli? Chiamateli come volete ma datecene di più.




Pubblicato il 13/07/2012

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