
Fiona Apple - The Idler Wheel...
Sarà stato anche compromissorio, “Extraordinary Machine”, ma era comunque un gran disco.
A sette anni di distanza, dopo registrazioni tenute segrete perfino ai suoi discografici e un lavoro di post-produzione durato quasi un anno e mezzo, ecco arrivare un album che compromissorio non lo è di certo, e che lo mette in chiaro fin dal chilometrico titolo “The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do”.
Non compromissorio ma non per questo meno bello. Anzi.
Fiona Apple, libera finalmente di fare quel che voleva, ha messo a nudo la sua anima, musicale e non. Il suo ribellismo un po’ borioso, il suo talento, la sua complessità, la sua indole: senza inutili vittimismi (nessun riferimento allo stupro da lei subito a soli 12 anni) né proclami ad effetto, ma con vulnerabile e rabbiosa sincerità.
“The Idler Wheel…” è un disco irrequieto e dolente, essenziale e complesso, che canta dell’egoismo e della gelosia, della rabbia per l’abbandono e della voglia dell’amore ingenuo di quando si era piccoli, nel quale la voce straordinaria e capace d’innumerevoli sfumature della Apple è accompagnata dal suo piano seducente e martellante e dalle percussioni e dagli effetti (ora discreti, ora funzionalmente stranianti) del suo unico musicista e produttore Charley Drayer.
E per quanto spigoloso e aspro, fiero del suo non essere stato sgrezzato da spigoli e lati taglienti, riesce ad essere incredibilmente orecchiabile e ad insinuarsi in testa tramite sonorità e ritornelli niente affatto banali ma estremamente efficaci.
Se fin dall’iniziale e trascinante “Every Single Night” il disco deflagra e la Apple cala gli assi delle sue capacità vocali e interpretative, se è palpabile lo sperimentalismo sonoro che guarda a certo jazz come, vagamente, a (un) certo Tom Waits di brani come “Left Alone” e “Periphery”, se al cantato più lirico della maggior parte delle tracce si affianca lo scat occasionale di alcuni momenti, a colpire davvero di “The Idler Wheel…” è la trasparenza sfacciata con cui la Applesi racconta nel disco a colpire davvero. Al cuore.
Una Apple che non ha paura di contraddirsi e che se canta “I just want to feel everything”, canta anche “I don't cry when I'm sad anymore”, che se s’abbandona agli infantilismi adolescenziali della lieve e appassionante “Valentine” e “Anything We Want” o alla mollezza arrendevole e spensierata di “Hot Knife” si riprende nelle durezze aspre e spietate di quasi tutte le altre tracce, nelle quali, più di una volta, s’inneggia ad una solitudine tanto bramata quanto ferita e dolorosa.
E allora, forse, è “Werewolf” (uno dei pezzi migliori del disco) a sintetizzare al meglio e in maniera più matura la tensione tra nichilismo e naiveté, tra voglia sprezzante di distacco e struggente nostalgia: d'altronde, canta la Apple, “Nothing wrong when a song ends in the minor key”.
Una tensione che, come quella tra la dolcezza e l’aggressività della cantautrice americana, o quella dei suoi 34 anni sospesi tra passato e futuro, rendono “The Idler Wheel…” un disco melodioso e nevrotico, impegnato e impegnativo, appassionato e appassionante.
“And maybe he can teach me something
And maybe I can teach him, too”


