Tra i primissimi film in concorso presentati al Torino Film Festival c’è Win Win, opera terza dell’ “indipendente” Tom McCarthy.
Proprio quello che un po’ di tempo fa abbiamo segnalato su queste stesse pagine.
Storia di riscatto esistenziale di Mike, un avvocato di mezza età che è anche coach di una squadra giovanile di lotta libera, e che s’imbatte nel talentuoso nipote teenager dell’anziano che ha in qualche modo turlupinato per far fronte ai suoi problemi economici, Win Win (che sarà nelle nostre sale tra pochi giorni col titolo Mosse vincenti) è stato accompagnato a Torino dal suo regista.
Chiusi in un sotterraneo di un elegante hotel torinese, alcuni colleghi ed io ci siamo seduti attorno a un tavolo con McCarthy. E queste sono alcune delle sue dichiarazioni:
“L’America sta esplodendo? Difficile dirlo. Questo film parla del fatto che le cose non miglioreranno per un pezzo, che dobbiamo imparare a accettarlo, a convivere con questa crisi e a muoverci con grazia attraverso alle difficoltà dell’oggi. Fa paura quanto sta accadendo, e quando si ha paura si fanno delle scelte sbagliate, come quelle di Mike. Spero che il film sia una sorta di avvertimento.”
“Leo, l’anziano ‘conteso’ per via dei soldi che ha da parte e che garantisce, è per il simbolo di una generazione che ha messo da parte per una vita e ha vissuto semplicemente, spesso al di sotto delle loro reali possibilità. Non è necessariamente giusto, ma è così. Noi invece abbiamo pensato di essere intitolati ad avere di più, senza realmente meritarcelo. E le colpe della situazione attuale, quindi, non sono solo di Wall Street e delle banche.”
“Sono più morbido e meno aspro rispetto ai miei esordi? Non lo so, non sono bravo ad analizzare me stesso, vorrei che ci fosse qui il mio analista per aiutarmi a rispondere. Win Win è nato come un film sulla lotta libera, pensavamo che dovesse essere semplicemente divertente, ma poi si è trasformato in qualcosa di diverso: in un discorso morale, in una riflessione sulle regole etiche e di comportamento. Se i toni non sono acidi è però anche perché non volevo ripetere al cinema i messaggi cupi e pessimisti che i media sono costretti a propagare. Volevamo che il pubblico non fosse ossessionato ma che si rendesse conto delle scelte sbagliate del protagonista. Che vi assistesse, se ne dimenticasse e poi vedesse la bolla scoppiare. Farlo in maniera più negativa, più aspra, sarebbe risultato in sciocca demonizzazione, in un facile identificare un ‘cattivo’, senza mostrare il peso della responsabilità delle scelte sbagliate anche dei ‘buoni’.”
“Ho scelto Paul Giamatti perché raramente interpreta un personaggio che si gode la vita. All’inizio il fatto che il suo personaggio dovesse essere felice era un problema per lui e quindi per il film.”
“Non volevo gettare alcuna luce sui sobborghi in cui si svolge il film e sulla classe media che la abita. Né positiva né negativa. I sobborghi non sono un inferno e non sono un paradiso, non ci sono giudizi morali basati sull’apparenza di un luogo. Allo stesso modo: Wall Street non è un brutto posto, ma ammettiamolo, lì sono state fatte delle scelte orribilmente sbagliate.”
“È proprio quando sua moglie, sua guida morale, lo invita a continuare a mentire per il bene della famiglia che Mike si rende conto quanto male ha fatto con le sue scelte, e che decide di avere il coraggio di andare ad ammettere i suoi errori: costi quel che costi. Oggi nessuno lo fa più. Nessuno su fa più carico dei propri errori, ed è per questo che improvvisamente abbiamo fenomeni come Occupy Wall Street.”
Questa era la lettura primariamente economica che Tom McCarthy ha dato del suo Win Win.
Un film che indubbiamente è meno dolente, e molto più conciliato, dei suoi lavori precedenti (soprattutto dell’insuperato esordio di The Station Agent).
Win Win non trova la sua forza nell’interpretazione del sempre più detestabile Paul Giamatti, ma in una scrittura capace di tratteggiare con leggerezza e incisività sia i protagonisti che la rete di situazioni che si vengono a creare.
McCarthy rende in questo modo vivi e credibili i suoi personaggi, sopperendo alla mancanza di spunti realmente originali e livellando le asperità di una storia che scivola a volte nel patetismo dei buoni sentimenti e della riscossa a tutti i costi.
Prevedibile nei suoi esiti, il film è quindi tutto costruito su dettagli e sfumature che rendono l’idea di un insieme e di un sentimento ben più dello stagliarsi delle figure in primo piano.
E tra un dettaglio e l’altro, intervallato da alcuni dialoghi e battute decisamente brillanti, Win Win lascia anche intravedere, oltre alle riflessioni economiche in evidenza (e quindi, per me, secondarie), anche un’idea di famiglia assai meno tradizionale e rassicurante di quanto non appaia in prima battuta, arrivando a mettere dolcemente in dubbio il dogma del diritto biologico ad esercitare il ruolo di genitore.