by Federico Gironi
27. ottobre 2011 14:59
Stamane, riposato e baldanzoso (si fa per dire), computer carico e serbatoio pieno, sono uscito di casa, direzione Auditorium.
Aka: Festival Internazionale del film di Roma.
In sella al mio bolide, mi sono ritrovato in un attimo nel mezzo di un traffico pazzesco anche per una città pazzesca come Roma, che ha raddoppiato i miei normali tempi di percorrenza. E solo alcuni minuti fa ho scoperto il perché.
In zona Roma nord ha aperto un nuovo Trony, che ha attirato una folla indicibile e paralizzato mezza città.
Lo spiegano bene qui.
Alla faccia della crisi.
Una volta raggiunta la mia meta, invece, il panorama era quasi deserto.
Ai limiti del desolante.
Giornalisti assonnati e qualche sparuta scolaresca vociante.
Da una lato l'elettronica di consumo, dall'altro il cinema.
"Non ci sono paragoni".
Certo che, al momento, non è che le infrastrutture festivaliere (calate nel contesto di quello che personalmente ritengo uno dei lavori meno riusciti di Renzo Piano), offrano tutto questo gran ché.
All'ora di pranzo incontravo colleghi abbattuti quanto me dall'offerta alimentare del giorno.
Per contro, la sala stampa offerta dal Festival è, come negli anni scorsi, l'ambiente più densamente popolato del circondario, nonché quello fornito del numero più alto di decibel.
La convivenza tra fotografi (antropologicamente caciaroni) e giornalisti (notoriamente rompicoglioni) non è quindi sempre delle più facili.
Servirebbe tutta la pazienza pacifista di Aung San Suu Kyi, omaggiata (?) da Luc Besson nel film d'apertura del Festival, The Lady.
Io, nel frattempo, ho stretto alleanza contro i colleghi molesti con Francesco del Grosso, regista dell'atteso 11 metri.
Chiacchierando, mi ha detto che il suo film sorprenderà molti, che non si tratta di un film sul calcio o un calciatore ma di qualcosa di completamente diverso.
Mi è parso convincente. O forse era solo per via dell'alleanza.
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La Fin Absolue a Roma