Come tutti gli altri grandi festival europei, anche quello di Torino ha oramai da anni sdoganato il legame tra cinema e musica.
E due dei film visti in queste ultime giornate del sottoscritto al TFF l’hanno confermato.
Due film esplicitamente rock, per temi, storie, aspetto. E, ovviamente, musica.
Ma divergenti per premesse e, ancor di più, esiti.
Il primo film è l’opera seconda da regista di Carlo Virzì, fratello di Paolo e a lungo membro di una rock band, gli Snaporaz, che a Torino sbarca in competizione.
S’intitola I più grandi di tutti, con esplicita ironia, visto che al centro delle vicende ci sono quattro ex membri di una scalcinata rock band livornese, i Pluto. A dieci anni dal loro scioglimento, quando la musica è oramai un ricordo, i quattro vengono avvicinati da un giovane (e ricco) aspirante giornalista musicale finito in sedia rotelle: il ragazzo era un loro fan scatenato, e vuole realizzare un documentario di un’ora su di loro, favorendo quindi una reunion. La dissonanza tra il suo sguardo da fan adorante e la realtà delle persone che si trova di fronte (svogliate, rozze, litigiose, tutt’altro che mitiche) sarà forte, e all’adorazione subentrerà una pietà comunque utile a far reagire i Pluto e a restituire loro smalto e fiducia nella vita. Attraverso la loro musica.
Un po’ commedia (che fa sorridere, ma non ridere più di tanto), un po’ storia nostalgica di riscatto (leggermente patetico), I più grandi di tutti ammicca a film come The Commitments o The Blues Brothers, affogandone le istanze in quel brodo primordiale cine-tosco-livornese che (letteralmente) familiare per il regista.
Ma che Carlo Virzì abbia raccontato, presentando il suo film qui a Torino, che “la musica è quel che sento di conoscere meglio, conosco quel mondo, quello stile di vita di piccole band un po’ sfigate come i Pluto”, non serve a giustificare quel che manca a I più grandi di tutti in termini di narrazione e di efficacia. Perché bene la commistione, ma lo specifico delle due arti rimane distinto, e per fare un buon film, seppur sul rock, conoscere bene la musica serve solo fino a un certo punto.
E il ritratto di un mondo cialtrone e appassionato, ammantato della malinconia di un’utopia infranta, non appare quindi né così originale né così appassionante nella sua declinazione.
Analogo e speculare a I più grandi di tutti, da certi punti di vista, è invece l’oggetto più alieno, indefinibile e anarchico visto in queste lunghe giornate del Torino Film Fest: The Cathechism Cataclysm, presentato fuori concorso.
Scritto e diretto dall’americano Todd Rohal, il film racconta la storia di un giovane prete che viene mandato in vacanza obbligata dai suoi superiori per via dei suoi metodi di catechesi non proprio ortodossi e della sua passione per la musica rock. La vacanza scelta da padre Billy sarà una gita in canoa con l’ex fidanzato di sua sorella maggiore ai tempi del liceo, quello che per lui è stato a lungo più un idolo che un modello: un musicista heavy metal, in grado anche di scrivere racconti minimalisti e poetici. Il loro trip fluviale (che esteticamente e non solo parte richiamando alla memoria Deliverance) sarà tale, letteralmente, anche per via dell’incontro con due strane ragazze giapponesi accompagnate da un corpulento e silenzioso uomo di colore, finirà con l’assumere toni inquietanti e imprevedibili.
Commedia a tratti esilarante, e non solo per la commistione tra sacro e profano, tra l’avvicinare il pentacolo al colletto da prete, The Cathechism Cataclysm è venato d’ironia, tensione e horror, procede a singulti alternando in maniera del tutto sregolata risate, introspezione, inquietudine. E che sia una bizzarra parabola sulle mysterious ways di Dio e della Fede o meno, il film di Rohal è comunque un oggetto cinematografico non identificato, energico e corroborante come i pezzi metal che propone costantemente come intermezzo.
Ecco. Vorrei che anche Carlo Virzì, e il cinema italiano in generale, fossero capace di raccontare le loro storie col il coraggio, la follia e l’energia di questo piccolo film indipendente che in sala, ci scommetto, non vedremo mai.