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ltro che Tom McCarthy e Alexander Payne.
Nulla contro di loro (anche se, in realtà, il secondo…), ma i veri indipendenti americani, al Torino Film Fest, sono fortunatamente ben altri.
Gente come Matthew Gordon e Clay Jeter, ad esempio.
Mai sentiti nominare? Appunto.
Eppure Gordon e Jeter hanno firmato i due film più belli visti fino ad oggi al festival di Amelio&Martini, due storie uguali e contrarie di adolescenza e crescita nel contesto di una provincia rurale che vive e respira, che agisce, dove gli adulti sono fantasmi letterali o figurati, dove l’estate è sinonimo di (tras)formazione.
Il primo s’intitola The Dynamiter, si svolge in Mississippi e vede protagonista Robbie, un quattordicenne che vive solo con Fess, fratellastro più piccolo e la nonna semi-invalida e muta. La madre è scappata, ma Robbie lo nasconde per paura dell’intervento dei servizi sociali e di perdere Fess. La sua estate comincia con una fine della scuola fatta di piccoli furti e risse e continua con responsabilità più grandi di lui, lavori estenuanti, un fratello maggiore che torna e fa peggio e la speranza di rivedere una madre che non tornerà mai.
"Il dinamitardo". Titolo ironico, quello scelto da Matthew Gordon per il suo film, eppure più che calzante.
Perché The Dynamiter è un film fatto di quiete nervosa e silenzi assordanti, dove le esplosioni emotive hanno la sordina ma sono comunque dirompenti.
Gordon sembra guardare a al primo David Gordon Green nel ritratto intenso di personaggi e ambienti, facendo rapidamente innamorare di un ragazzino che non è affatto (solo) un teppistello o un finto duro ma (soprattutto) un piccolo uomo che affronta le sue troppe incombenze con il coraggio indomito e la testarda determinazione che nascono dall’amore e dalla generosità.
Sarà con quel coraggio e quella determinazione che Robbie sarà capace di tutelare la sua famiglia, anche al costo di scelte dolorose.
Il secondo film è invece Jess+Moss, lo stato è il Kentuky, e i protagonisti son due, quelli del titolo: cugini di secondo grado, lei diciottenne lui dodicenne che vivono come se al mondo ci fossero solo loro.
Jess è stata abbandonata dalla madre ed è rimasta sola con un padre cui sarebbe meglio fare a meno, Moss ha perso i genitori in un incidente d’auto e vive con i nonni. Passano le loro giornate assieme, in maniera quasi ossessiva e sottilmente ambigua, tra campi di tabacco e case in rovina e abbandonate, vecchi granai e trattori arrugginiti, ripercorrendo un passato da reinventare con vecchi nastri da ascoltare e altri da incidere con ricordi (in)esistenti.
Ancora famiglia, quindi, ma ancor di più passato e memoria.
Jess+Moss, girato da Jeter con uno stile sperimentale e antinarrativo, come fosse un Malick sotto acido, è un film che, per storia e ambientazioni, è costruito su macerie letterali e metaforiche. Su quelle de-composizioni (del proprio passato) necessarie per creare un humus organico e filosofico capace di far germogliare la speranza per il futuro. Perché i colori ipersaturi del film, il suo dinamismo visivo, l’energia del montaggio fanno da perfetto contraltare alla desolazione, catturando la forza (magari dolorosa) della voglia di vita dei due protagonisti.
Anche in questo caso, la crescita e la formazione spingono verso scelte non facili e dolorose, che però non negano mai l’amore e l’affetto ma abbracciano la sfida del domani con coraggio e passione.
Sullo stesso fronte (indipendente e relativo al coming of age) delude un po’, invece, Azazel Jacobs: il figlio di Ken, che già era stato a Torino qualche anno fa con l’ottimo Momma’s Man, torna al Festival con Terri, storia di un omonimo adolescente obeso che si trascina per la vita in piagiama, scherzato dai compagni a scuola e costretto ad occuparsi dello zio malato di Alzheimer a casa: una rotine che cambia quando viene preso sotto la sua ala protettrice da un bizzarro vicepreside (interpretato da John C. Reilly) e stringe amicizia con un altro bizzarro dropout e con una bella ragazza che, dopo uno scandalo, da popolare è additata come l’ennesima loser.
Pur azzeccando molte note umoristiche e qualche situazione ovattata al punto giusto, Jacobs non imprime al suo film il giusto ritmo, andando spesso fuori tempo. E, difetto ben più segnante, non riesce a fare di Terri un film in grado di presentare una prospettiva diversa o decentrata su personaggi e storie che sono state e saranno diffusamente utilizzate.
In una parola, non è in grado di far pulsare il cuore del suo film come i due sopraccitati colleghi.
Ma, in fondo, indipendenza è anche questo: il diritto e il coraggio di sbagliare qualche colpo, osando.