Vorrei vivere in un film di Wes Anderson

by Federico Gironi 5. dicembre 2012 12:20

Tra i registi che si sono imposti all’attenzione del pubblico di tutto il mondo in questo primo squarcio di Terzo Millennio, è forse Wes Anderson quello ad aver mostrato la cifra più personale e riconoscibile.
Texano di nascita, ma newyorchese d’azione (anche e soprattutto dal punto di vista dello spirito letterario e cinematografico), Anderson è diventato in una manciata di film il punto di riferimento di una generazione senza riferimenti, il cantore di un mondo indie che ha trovato nel suo essere obliquo e bizzarro la sua chiave identitaria, l’eroe di coloro i quali hanno fatto della “quirkness”, della stranezza un po’ stralunata e sospesa, il loro stile di vita.
Di qui, però, a dire che l’americano è solo un regista fighetto e furbetto, icona di un mondo alternativo snob, evoluzione del radical-chic e nemmeno tanto segretamente aspitante ad un’egemonia che sa tanto di mainstream, ce ne passa. Perché se è vero che Wes Anderson è una bandiera degli hipster, lo è perché ne mette in scena le istanze più nobili.
Ed è altrettanto vero che, con il cinema che ha prodotto finora - compatto e coerente, eppure assai più sfumato e diversificato al suo interno di quel che può apparire in prima battuta - Wes Anderson ha dimostrato di essere oggi (per gli hipster come per il pubblico di tutti i giorni) quel che Woody Allen è stato, in termini di personalità e lettura del suo presente e della sua cultura di riferimento a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.

A sintetizzare con precisione quelli che sono i marchi di fabbrica del cinema di Wes Anderson, più di tanti saggi o recensioni, è stato il testo di una canzone intitolata proprio al regista.
Una canzone di una band (non a caso) molto indie e molto hipster come I Cani; una canzone che, con l’eccezione di riferimenti non da poco, come quelli alla famiglia o ai padri, contiene davvero quasi tutta la cosmogonia di Anderson: dai personaggi idiosincratici e (più) simpatici alle inquadrature simmetriche, dalla tenerezza sentimentale ai finali agrodolci, dall’attenzione alla colonna sonora ai ralety di “quando scendi dal treno”, passando per i cattivi che non sono cattivi (davvero) e i fratelli che non sono nemici (davvero).

Tutto questo, ma proprio tutto, è anche dentro Moonrise Kingdom.
Ma lo è in modo diverso dagli altri film di Anderson. Ancor più diverso di quanto non fossero, gli uni da gli altri, I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Rushmore e Fantastic Mr. Fox, Un colpo da dilettanti e Il treno per il Darjeeling.
Vuoi per l’ambientazione in un’isola aspra e immaginaria del New England, vuoi per il clima autunnale, vuoi per il fatto di raccontare, primariamente, la storia d’amore tra due personaggi (due dodicenni), vuoi per una ulteriore maturazione cinematografica del suo autore, Moonrise Kingdom è l’ennesima variazione d’autore su un tema estetico e narrativo che viene asciugato e portato all’essenziale. E, di conseguenza, amplificato e rinnovato.
In altre parole: rinunciando o smorzando alcuni dei suoi vezzi e dei suoi marchi di fabbrica registici, Wes Anderson è stato capace di essere ancora più efficace nel veicolare quella wesandersonianetà capace di toccare il cuore di chi guarda con un sentimentalismo mai smielato, con un umorismo surreale e lunare, con un’amarezza composta e mai davvero pessimista.

Non nuovo alla presenza di personaggi molto giovani nei suoi film (e anche narratore di adulti mai realmente cresciuti, così come di bambini dalla straordinaria maturità), Wes Anderson ha scovato due bravissimi ed intensi esordienti, Kara Hayward e Jared Gilman, cui affidare le parti di Suzy e Sam, i dodicenni al centro della tenera tempesta sentimentale che è motore di tutte le vicende del film e metaforicamente rispecchiata da un uragano che agita e purifica biblicamente il finale (rigorosamente agrodolce).

Ma, coerentemente con la sua confessa visione teatrale del fare e vivere il cinema, per il resto dei ruoli e dei collaboratori Anderson si è appoggiato a quella che appare essere, più che una “compagnia teatrale”, una vera e propria famiglia allargata che rispecchia quelle complesse, esplose, necessarie e agognate, che si muovono immancabilmente all’interno dei suoi film.
Al fianco del regista, in sede di sceneggiatura, agli Owen Wilson e ai Noah Baumbach è subentrato Roman Coppola, che non è soltanto già stato co-sceneggiatore de Il treno per il Darjeeling ma è anche un vecchio amico di Anderson e il cugino di uno dei suoi attori di riferimento, Jason Schwartzman.
Che, ovviamente, ha un ruolo nel film come lo ha l’immancabile e sempre impeccabile Bill Murray, in questo caso imperdibile anche per via dei completi sfoggiati: su tutti, dei pantaloni di tartan dalle improbabili tonalità.
A bordo del suo Belafonte cinematografico, però, questa volta Anderson ha voluto anche nuovi membri di un equipaggio in costante evoluzione: e con l’aiuto di volti già intrinsecamente andersoniani come quelli di Tilda Swinton, Bob Balaban e Frances McDorman, o di altri anomali, spiazzanti ma perfettamente calzanti come quelli di Bruce Willis, Harvey Keitel o Edward Norton, il regista è stato in grado di affrontare mari inesplorati tenendo ben dritta la barra della sua identità e della sua coerenza.

Allora è forse proprio a Le avventure acquatiche di Steve Zissou, che questo Moonrise Kingdom assomiglia maggiormente, nonostante i due film parlino di amori diversi (eppure così identici), e nonostante da un lato ci siano la rilettura in chiave bossa nova di David Bowie e i Sigur Rós, e dall’altro le composizioni sinfoniche di Benjamin Britten e Françoise Hardy.
Perché in fondo l’amour fou, puro e irrazionale, di Suzy e Sam, fail paio con la dolenza sentimentale e l’ossessione di caccia di quel capitano Acab in versione oddball; perché comunque si parla della necessità di ritrovarsi che si compie solo ritrovando qualcosa o qualcuno: che si tratti di una coppia di ragazzini fuggiaschi, innamorati e testardi, o di un fantomatico, simbolico e sfuggente squalo giaguaro.
Ma, soprattutto, perché sono i due film di Wes Anderson nei quali, ancor più che negli altri, si compie quel piccolo miracolo di sintesi tra commozione e riso, speranza e rassegnazione, che il regista americano è tanto eccentricamente in grado di raggiungere, toccando corde profondissime sfiorando con apparente nonchalance ed evidente leggerezza pochi tasti, tanto essenziali quanto insoliti e sorprendenti.

Non sarà forse per tutti, il modo di essere diversamente sentimentale di Wes Anderson, né sarà per tutti uno sguardo sul mondo che non è né realista né deformante, ma solo interprete di un punto di vista orgogliosamente insolito e anacronisticamente contemporaneo, tanto modestamente personale da risultare paradossalmente e potenzialmente universale.
Ma per coloro che hanno le corde del cuore accordate con le tumultuose passioni emotive, le saghe e i ricongiungimenti familiari, le idiosincratiche ribellioni, le fughe e le missioni impossibili che racconta l’americano, davvero non si potrebbe fare altro che desiderare di vivere in un film di Wes Anderson.
Che sia la New York salingeriana dei Tenenbaum o l’India coloratissima attraversata dai fratelli Whitman, il ponte post-hippie di un Pequod in acido o un bosco popolato da scaltre e vanesie volpi, un college da sconvolgere con una malinconica ribellione o una camera d’albergo parigina da riempire di struggimento amoroso.

Se poi, alla fine, partono anche i Kinks, è tanto di guadagnato.

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Prélude

by Federico Gironi 16. maggio 2012 09:25

Di tutte le sale del Festival di Cannes, la Salle Debussy è la mia preferita.
Mi piace la struttura interna, la dimensione (intermedia tra gli spazi enormi della Lumière e quelli raccolti della Bazin o della Buñuel), la comodità delle sedute sia che ci si trovi in platea che in galleria.

Poi, devo ammetterlo, è la mia preferita anche per via del personale di sala.
Lì, e solo lì, vengo puntualmente riconosciuto e salutato con cordiali sorrisi ogni anno da quei tre quattro immancabili personaggi che regolano l'accesso e controllano badge e borse.

E, proiezione dopo proiezione, entrare lì, tra i saluti e i sorrisi, mi mette di buon umore e spesso allevia le fatiche di fine festival.

Però, a fine festival siamo lontanissimi dall'arrivare.
Tecnicamente, mentre scrivo il Festival deve ancora cominciare.
Ma son contento che cominci, per me come per tanti altri, con una proiezione nella Salle Debussy.

Ovvio che sono ancora più contento che il film che aprirà le danze sia l'attesissimo Moonrise Kingdom di Wes Anderson, da tempi non sospetti regista da me molto amato.
Perché, ammettiamolo.
Vorrei vivere in un film di Wes Anderson: inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks.

Buon Festival di Cannes!

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One to Watch: Richard Ayoade

by Federico Gironi 7. febbraio 2011 21:14

Questa volta vado sulla fiducia.

Richard Ayoade è un comico britannico. Padre nigeriano e madre norvegese, è noto soprattutto per il ruolo di Maurice Moss nella sit-com inglese The It Crowd. Che molti, sbagliando, pensano nata sulla falsariga di The Big Bang Theory, quando invece l'ha preceduta di un anno. 

In The It Crowd, Ayoade interpreta il ruolo di uno dei due nerdissimi componenti il reparto informatico di una grande azienda: i paria della società, lavorano in uno scantinato, snobbati da tutti tranne quando è necessario risolvere un problema (solitamente ridicolo) su qualche terminale aziendale. 

Ayoade, però, è anche regista. Nel corso degli anni passati ha diretto videoclip per band come gli Arctic Monkeys, Super Furry Animals, Yeah Yeah Yeahs, Kasabian e Vampire Weekend. E ora ha esordito nella regia cinematografica. 

Il suo primo film s'intitola Submarine: e da quando è stato presentato al Festival di Toronto (e poi a quello di Londra e al Sundance), in rete ha suscitato un gran clamore. 

Tutti parlano della nascita di un nuovo talento, di un Wes Anderson in salsa britannica e personalissima, di un film comico e delicato. Racconta una classica storia di coming-of-age, protagonista un 15enne socialmente inetto convinto di essere un genio letterario, alle prese con una famiglia allo sbando e la perdita della sua verginità.

Se il clamore che circonda Submarine sia giustificato o meno lo dovrei scoprire a breve. Il film sarà a Berlino, sezione Forum, e io dovrei essere da quelle parti nei giorni in cui verrà proiettato. Nel frattempo, sulla fiducia, ve ne propongo il trailer appena sbarcato online. 

Ma ne riparleremo.

PS - la colonna sonora, non a sorpresa, è opera degli Arctic Monkeys. Il brano che si ascolta nel trailer è invece “Quand On N’A Que L’Amour (Ne Me Quitte Pas)” di Jacques Brel. Direi che musicalmente ci siamo.

PPS - Ayoade è già al lavoro su un altro progetto. Un adattamento de "Il Sosia" di Fëdor Dostoevskij.

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Ready... Set... Ciak

by Federico Gironi 6. febbraio 2011 18:42

Questa sera si gioca il Superbowl. Che non è solo un evento sportivo, è un evento mediatico, gli spot fatti apposta, lo spettacolo, le grandi cerimonie dei media, bla-bla-bla.

Dato che stasera si gioca il Superbowl, in rete è spuntato questo video qui. Dategli uno sguardo: 

Ovviamente, si tratta di un giochino e nulla di più, che può far sorridere o meno, in parte o nel complesso. 

Una cosa però mi ha colpito: la parte su Wes Anderson (timecode reference 01:12).

Ecco, quel segmento lì pare il meno riuscito di tutto il video. Nel senso che non mi pare che, musichine a parte, si sia minimamente riusciti a catturare lo spirito o lo stile del regista, nemmeno in chiave ironica o paradossale, come ad esempio accade nel segmento dedicato a Werner Herzog (timecode reference 02:23).

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che un David Lynch (altro regista citato nel video) ha uno stile meno personale e identificabile di quello di Anderson? O che Anderson sia di default inimitabile mentre gli altri sì? Certo che no. Vuol dire, forse, che partendo da materiali audiovisivi tradizionali e standardizzati - come il repertorio tv utilizzato nel video - è più difficile trovare il modo per avvicinarsi (anche in maniera imitativa, parodistica, satirica) all'idea di immagine e di cinema proposta da Anderson, cercare di catturare e riproporre i suoi marchi, i suoi stilemi, le sue caratteristiche, i suoi aromi.

E che allora, forse, l'impronta formale (e non solo) di Anderson è più forte e innovativa di quanto finora, in molti, si siano affannati a farci credere. Che il suo lavoro sul cinema, dall'appiattita profondità, è più radicale e mediaticamente moderno di tante ostentate e superficiali tridimensionalità circensi.

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Un blog di Federico Gironi

“Its origin and purpose are still a total mystery.”


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