Werner is my hero

by Federico Gironi 2. gennaio 2013 15:12

A parte perché andare a vedere dei film e poi scrivere quel che ne penso è (anche) il mio lavoro, a vedere Jack Reacher ci sono andato per un motivo ben preciso.
Che, di certo, non è Tom Cruise.
Né, la pur apprezzabile Rosamund Pike, né tantomeno Christopher McQuarrie.
A vedere Jack Reacher ci sono andato perché c’è Werner Herzog che fa il cattivo.

Werner Herzog non è solo uno dei più grandi registi viventi.
È anche un uomo dall’insolito umorismo e dall’anomala simpatia, un uomo che vive di un’immagine pubblica costruita su una vita avventurosa e una straordinaria anedottica che pare finta (ma non lo è) per quanto è incredibile.
Così, senza starci su a pensare troppo, basterebbe pensare alla "camminata" fatta da Monaco a Parigi per andare a trovare un’amica gravemente malata nella convinzione che finché fosse rimasto in marcia lei non sarebbe morta (e poi l'amica è guarita), le litigate e i fucili puntati contro Klaus Kinski, l’essere stato obiettivo di un cecchino armato di un fucile ad aria nel corso di un’intervista e tanto altro ancora.

Su questo suo personaggio stoico, ruvido e larger than life, così come sulla sua inconfondibile parlata inglese dal forte e spigoloso accento tedesco, Herzog ha spesso e volentieri giocato con grande autoironia.
Non solo, ad esempio, prestandosi a leggere in pubblico un insolito libro per bambini ma anche in molte delle occasioni nelle quali ha recitato come attore per amici o colleghi.
Soprattutto in anni recenti.

Il villian glaciale, silenzioso, spietato e quasi de-umanizzato di Jack Reacher (di cui non parlo troppo per non incorrere nelle ire degli allarmisti dello spoiler) è un esempio perfetto di come Herzog, con grandi intelligenza e malizia, sappia giocare con la sua immagine.
E allora, a questo proposito, vorrei ricordare il film che forse più di tutti può rappresentare un’epifania, una subitanea, sorprendente e rapida rivelazione del Werner Herzog uomo e del Werner Herzog autore e regista.
S’intitola Incident at Loch Ness, ed è un mockumentary (uno dei primi, precursore della moda poi dilagata oltremodo) che vidi al Ravenna Nightmare Film Fest di molti anni fa: penso fosse il 2004.

Diretto da Zak Penn, sceneggiatore di Last Action Hero, di molti recenti cinecomic e soggettista di The Avengers con Joss Whedon, il film raccontava dello stesso Penn che coinvolgeva Herzog nella realizzazione di un documentario sul mostro di Loch Ness: e mentre il tedesco entrava in modalità epica, Penn cercava con dei trucchetti di rendere il film appetibile per il gusto del pubblico dei blockbuster; fino all’inevitabile sopresa che sparigliava le carte.

Interpretato anche dalla ex playmate Kitana Baker e da un altro geniale fuori di testa del mondo del cinema, Crispin Glover, Incident at Loch Ness è un filmino divertente che rivela su Herzog molto più di tante pagine o di tante interviste, che ne mette in mostra l’ironia, il disincanto e la straordinaria consapevolezza.
Se vi capita - prima, dopo (o anche al posto) di Jack Reacher - recuperatelo.
Ne vale la pena.



 

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Vesti stracciate

by Federico Gironi 16. dicembre 2011 14:33

La notizia:
Clint Eastwood e la sua famiglia sarebbero nel bel mezzo della realizzazione di un reality show per un canale televisivo statunitense.
Gli Eastwood, quindi, come gli Osbourne, gli Hogan, i Kardashian, le conigliette di Playboy.
Anche se Clint, pare, sarà poco più di una comparsa.

Le reazioni:
Isteria diffusa, sdegno, panico, torce&forconi, sacchi di sabbia vicino alla finestra, serrature dei rifugi antiatomici che vengono oliate, millenarismi sparsi.

Ora:
Io me lo vedo, Clint Eastwood.
Me lo vedo, con quella sua faccia cuoio e con quegli occhi di ghiaccio, sogghingnare compiaciuto del trasecolare bigotto e ottuso di quei fan che lo hanno innalzato sul piedistallo della santità (non solo) culturale e cinematografica.
Beato lui.
Io invece mi irrito anche un po' di fronte allo snobismo da quattro soldi delle vesti stracciate, al moralismo bacchettone di quanti vivono per dogmi e nel secolo scorso.
Per me Eastwood può fare quel che gli pare, come io posso benissimo non guardare il suo reality.
Come sicuramente non farò.

Il giorno invece che ne facesse uno Herzog, chiamatemi.
Ma subito.

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Pessimismo senza fastidio

by Federico Gironi 28. novembre 2011 14:57

Una delle cifre fondamentali del Torino Film Festival, dichiarata da sempre, è quella di offrire al suo pubblico un cinema che non è mai ponderoso o punitivo, capace di abbracciare con varie forme il genere e lo spettacolo pur facendosi portatore di istanze e tematiche serie e di tutto rispetto.

Spesso un cinema che pone di fronte a questioni etiche e morali non da poco.


È il caso di Into the Abyss, nuovo documentario firmato da Werner Herzog e presentato nella sezione Festa Mobile.
Prosegue...

One to Watch: Harmony Korine

by Federico Gironi 29. marzo 2011 20:05

Le cose sono andate più o meno così:
durante la mia trasferta all'ultimo festival di Berlino sono andato a vedere un documentario su Bruce LaBruce intitolato The Advocate for Fagdom.
Tra le persone intervistate riguardo LaBruce e il suo lavoro, c'era Harmony Korine.
Che appariva conciato come nella foto che vedete qui a fianco.

Che tipo.

E allora, mi è capitato di mettermi a pensare che in fondo Gummo e Julien Donkey Boy mi erano proprio piaciuti.
E che, per un motivo o per un altro, mi ero poi perso le cose fatte dopo dall'enfant terrible del cinema indie americano.
Allora mi son dato da fare, e ho recuperato Mister Lonely, che mi è piaciuto molto.
Mi manca ancora Trash Humpers, ma ci sto lavorando.

Ecco, Harmony Korine è uno che o lo si odia o lo si ama.
Che o lo si vive, come dice lui, emozionalmente, con lo stomaco, senza cercare razionalismi e lo si apprezza nei temi come nella forma, oppure lo si bolla come un provocatore da quattro soldi.
Io sto coi primi. Non che senta il bisogno di rimarcarlo, perché andrebbe bene lo stesso, ma coi primi ci sono anche anche Gus Van Sant e Jean-Luc Godard.. E Werner Herzog, che non a caso fa spesso l'attore per lui. E anche un "insospettabile" come Bernardo Bertolucci.

Coi primi, poi, c'è anche James Franco.
Sì perché Franco e Korine hanno lavorato assieme ad un progetto di videoarte che verrà presentato alla Biennale di Venezia di quest'anno in rappresentanza degli Stati Uniti. Online c'era un video intitolato "Rebel", ma è stato rimosso dal sito ufficiale di Franco.
Non è chiaro se questo progetto sia lo stesso oggetto delle indiscrezioni trapelate poco tempo fa - per le quali Korine e Franco stavano cercando (o pensavano di) riprendere uno scontro tra bande losangeline rivali, con tanto di coltelli - o se invece quelle voci si riferivano alla voglia dei due di riesumare il progetto folle di Fight Harm: un film dove Korine si applica scatenare apposta vere risse, mettendosi di mezzo in prima persona.
Harmony ci aveva già provato, in passato, a girarlo, ma era finito troppo spesso con le ossa rotte. Letteralmente.
Forse Franco è più grosso e mena meglio. Chissà.

Comunque, (ri)vedeteveli i film di Harmony Korine.
Uno che in un panorama statico e involuto come quello del cinema contemporaneo, nello stagno non ci getta un sasso ma un macigno. Un macigno di quelli fastidiosi e scomodi. Che ti metteno inquietudine addosso.
Avercene.

E guardate anche i videoclip che ha firmato per Daniel Johnston (link a Berlino: lì vidi il bellissimo documentario su di lui poi sparito nel nulla, perlomeno in Italia, The Devil and Daniel Johnston), per Sonic Youth, per Bonnie Prince Billy, per Cat Power.

E vedetevi questo, che è il suo cortometraggio più recente, uscito da poco.
S'intitola Umshini Wam ed è interpretato dagli schizzatissimi rapper sudafricani Ninja e Yo-Landi Vi$$er, due terzi dei Die Antwoord. Il terzo terzo, Dj Hi-Tek, ha fatto le musiche.
Puro Korine.

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Sento uno spiffero

by Federico Gironi 24. febbraio 2011 14:05

Oggi a Roma c'è il sole.
Ma, come direbbero i metereologi o i velisti, spira una tesa tramontana. Insomma, fa freddo.

Il che non mi fa particolarmente piacere, ma mi da l'occasione di parlare di cose che probabilmente interessano solo a me ma che vi racconto lo stesso.

Ho una piccola mania, un'idiosincrasia, un pallino, un guilty pleasure: chiamatelo come volete. Per farla breve, mi piacciono i film ambientati ai Poli, o in regioni sub-polari (o su piattaforme petrolifere, ma qui i distinguo sarebbero troppi).

Inutile stare a pensare se sia nato prima l'uovo o la gallina, se mi piacciano quelle cose lì perché adoro La cosa o Un medico fra gli orsi o se adori in maniera particolare La cosa o Un medico fra gli orsi anche perché mi piacciono quelle cose lì. I fatti son questi.

E poi le ambientazioni desertiche, i ghiacci, il freddo e il vento, le spedizioni e le basi polari, l'isolamento estremo, il gruppo ristretto, le condizioni proibitive: son belle soddisfazioni, belle cose da vivere comodamente sprofondati nella poltrona del cinema o raggomitolati sotto al plaid sul divano di casa.

Mi piaccion quelle cose lì. E non solo il film di Carpenter o la serie tv più sottovalutata di tutti i tempi: anche robe (buone) come The Last Winter di Larry Fessenden, o il coreano Antarctic Journal, che peraltro hanno diversi punti in comune. Sono persino riuscito a guardare un po' di episodi di Men in Trees perché era ambientato in Alaska.

Allora è anche per questo che mi fa piacere che ci sia in lavorazione un film come The Grey.

Certo, ci sono anche altri motivi: ad esempio perché del film ho letto la sceneggiatura e nel suo genere non è affatto male. E perché su Joe Carnahan una pietra sopra ancora non ce l'ho messa: non è come un DJ Caruso, che con me ha chiuso, che dopo Salton Sea ha dimostrato come quel film sia stato uno sbaglio. No: a Carnahan la possibilità di tornare ai livelli di Narc gliela do ancora.

E The Grey potrebbe essere il film giusto, vuoi per l'indipendenza produttiva, vuoi per la storia: quella di un gruppo di operai di un campo petrolifero in Alaska che, in volo per tornare ad Anchorage dopo mesi di lavoro in isolamento, precipita nel nulla della natura selvaggia. E, come se non bastasse, se la deve vedere con un branco di lupi famelici.

Questa la prima immagine del film, che si sta girando in British Columbia.

That's what I'm talking about...

Per fortuna, nei panni del protagonsita c'è Liam Neeson, e non il fighetto Bradley Cooper, cui Carnahan aveva inizialmente pensato. Cosa c'entrava Sberla in Alaska, dico io?

Poi certo, all'orizzonte c'è anche il prequel/reboot de La cosa, quello con Mary Elizabeth Winstead e Joel Edgerton. Ma quello è un altro discorso. Lì l'attesa fa il paio con il timore.

In tutto questo, vivo come una grave onta il fatto di non essere ancora riuscito a recuperare Encounters at the End of the World, il documentario polare di Werner Herzog. Ma sta lì pronto. E mi smacchierò molto presto.

Sotto al plaid.

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Ready... Set... Ciak

by Federico Gironi 6. febbraio 2011 18:42

Questa sera si gioca il Superbowl. Che non è solo un evento sportivo, è un evento mediatico, gli spot fatti apposta, lo spettacolo, le grandi cerimonie dei media, bla-bla-bla.

Dato che stasera si gioca il Superbowl, in rete è spuntato questo video qui. Dategli uno sguardo: 

Ovviamente, si tratta di un giochino e nulla di più, che può far sorridere o meno, in parte o nel complesso. 

Una cosa però mi ha colpito: la parte su Wes Anderson (timecode reference 01:12).

Ecco, quel segmento lì pare il meno riuscito di tutto il video. Nel senso che non mi pare che, musichine a parte, si sia minimamente riusciti a catturare lo spirito o lo stile del regista, nemmeno in chiave ironica o paradossale, come ad esempio accade nel segmento dedicato a Werner Herzog (timecode reference 02:23).

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che un David Lynch (altro regista citato nel video) ha uno stile meno personale e identificabile di quello di Anderson? O che Anderson sia di default inimitabile mentre gli altri sì? Certo che no. Vuol dire, forse, che partendo da materiali audiovisivi tradizionali e standardizzati - come il repertorio tv utilizzato nel video - è più difficile trovare il modo per avvicinarsi (anche in maniera imitativa, parodistica, satirica) all'idea di immagine e di cinema proposta da Anderson, cercare di catturare e riproporre i suoi marchi, i suoi stilemi, le sue caratteristiche, i suoi aromi.

E che allora, forse, l'impronta formale (e non solo) di Anderson è più forte e innovativa di quanto finora, in molti, si siano affannati a farci credere. Che il suo lavoro sul cinema, dall'appiattita profondità, è più radicale e mediaticamente moderno di tante ostentate e superficiali tridimensionalità circensi.

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Un blog di Federico Gironi

“Its origin and purpose are still a total mystery.”


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