Su invito dei responsabili del programma, ieri ho partecipato ad un'edizione speciale de I Cinepatici di commento alle nomination agli Oscar 2011.
Tra le opinioni che ho espresso - oltre ad una piccola, polemica, su Christopher Nolan - c'è stata quella di non ritenere The Social Network un film "classico" (o dalla struttura "classica"), al pari de Il Grinta dei fratelli Coen. E qualcuno, via Facebook, mi ha richiesto spiegazioni.
Oggi, per coincidenza, navigando su internet, ho scovato questa cosa qui. James Franco - che mi è simpatico, anche se piace un po' troppo alle donne... - tira giustamente acqua al mulino suo e di Danny Boyle, sostenendo che il film di Fincher è "classico", non ha alcuna relazione (formale?) con quello che per l'attore è il suo tema centrale, ovvero le nuove tecnologie e le nuove forme della comunicazione e contrapponendogli come esempio di ricerca cinematografica il loro 127 Hours. Franco mi è simpatico, è (diventato) bravo, studia e ha un sacco di progetti interessanti come attore e regista: ma manca clamorosamente il bersaglio.
Il fatto che The Social Network sia stato ingiustamente preceduto dalla dicitura "il film su Facebook" ha abbagliato più di un commentatore, che probabilmente partendo prevenuto si aspettava qualcosa di molto diverso. E lo stesso Fincher si è trovato a dover specificare che, per lui, il film è fondamentalmente il racconto di un rapporto umano.
La mia primissima impressione, a caldo, sul film andava in una direzione molto simile: poco m'interessava che si parlasse del titolare di Facebook o di quello di una panetteria, molto di più delle dinamiche sociali e relazionali (nuove, eppure ataviche) che invece si affrontavano.
Poi ho avuto modo di ragionare meglio su quanto visto e, pur non modificando di molto le mie posizioni, mi sono reso conto che quella che appariva una struttura apparentemente tradizionalissima era in realtà una revisione quasi rivoluzionaria (e, per questo, quasi mimeticamente invisibile) dei modi e dei tempi del racconto del cinema americano considerato, appunto, "classico". E che il lavoro di Sorkin e Fincher in questo senso racconta molto bene anche le nuove modalità d'interazione e comunicative che sono proprie della rete e dei social network.
The Social Network racconta il nostro mondo, tutto il nostro mondo, non solo quello della rete ma anche quello della rete, il modo (im)percettibilmente nuovo che adoperiamo per interagire con esso e - di conseguenza - con gli altri. Lo racconta tutto questo con uno stile (im)percettibilmente nuovo, che travalica e ridefinisce il classico pur non negandolo, che perpetua il vecchio catturando il nuovo e viceversa. E lo fa (non) parlando di una cosa per descriverne (anche) un'altra, affrontando una parte per riuscire poi a cogliere un tutto: proprio come accade in Scott Pilgrim vs the World, piccolo capolavoro incompreso che è speculare e complementare al film di Fincher.