by Federico Gironi
2. maggio 2012 15:40
Insomma, sembra che Mel Gibson sarà il villain del sequel di Machete, Machete Kills.
Povero Mel Gibson.
Mi fa un po' pena.
Ché bene, proprio, non sta.
Lui, dopo la registrazione della violenta sfuriata che ha fatto ai danni di Joe Eszterhas (lo sceneggiatore di Flashdance, Basic Instinct e Showgirls), reo di non aver finito il copione del commissionato film su Guida Maccabeo, si è difeso da Jay Leno dicendo che è uno che ha "a little bit of a temper".
E poi lo dicono a me, che ho un brutto carattere.
Vabbè.
Comunque, nonostante stia per uscire nelle sale il suo ultimo film, Viaggio in paradiso, sono passati gli anni d'oro di Arma Letale e la popolarità che ne era conseguita.
Popolarità che fu merito anche, se non soprattutto, proprio di uno sceneggiatore.
Shane Black.
Shane Black è un po' il Woody Allen del buddy cop movie.
Il re delle sceneggiature action moderne, quelle dove l'azione si mischia indissolubilmente alla comicità e alla battuta sarcastica e ficcante.
Pensate ad Arma Letale, appunto. Ma soprattutto al capolavoro L'ultimo boyscout.
O anche a Kiss Kiss Bang Bang.
Shane Black, dopo anni di inattività, è tornato alla ribalta e sta lavorando al copione di Iron Man 3.
Di cui è protagonista un Robert Downey Jr. che, invece, il periodo oscuro della sua vita sembra esserselo messo definitivamente dietro le spalle.
Ora.
C'è un unico film, finora, che abbia visto recitare assieme Mel Gibson e Robert Downey Jr.
S'intitola Air America, e l'ha diretto Roger Spottiswoode nel 1990.
E ha una sceneggiatura che è chiaramente debitrice del lavoro di Shane Black.
Gibson allora era IL divo hollywoodiano e interpretava un ruolo antieroico, quello di un pilota cinico, disilluso e un po' alcoolista.
Downey un giovine di bellissime speranze e faceva il ragazzetto ingenuo che alzava la cresta ma era capace di dar filo da torcere.
Assieme funzionavano benissimo.
Anche grazie ad alcune battute fulminanti, che mi ricordo ancora a memoria.
Ma robe come "I've got a little bit of temper", oggi, chi gliele scrive a Mel Gibson?
by Federico Gironi
2. settembre 2011 17:08
Tre giorni di festival sono decisamente pochi per tracciare itinerari, linee guida o bilanci.
Ma non riesco a togliermi dalla testa come il cinema che sia passato in questi giorni nelle sale del Lido di Venezia sia, in un modo o nell'altro, rivolto al passato. Magari, nelle migliori delle ipotesi, per meglio leggere il presente o per tentate di guardare al futuro.
Ma comunque rivolto al passato.
Non ho voglia di rileggermi, non ce l'ho mai (non fate facili battute), ma posso ipotizzare che l'aggettivo più usato nelle mie recensioni di questi giorni sia stato "classico".
Classico era il film di Clooney, classico lo stile faticosamente ricercato e mai centrato da Madonna.
Classico, certamente, anche Polanski, per non parlare di un inedito Cronenberg.
Più che classico, vetusto e impolverato Garrel.
Non è un giudizio qualitativo o estetico, è solo una constatazione abbastanza oggettiva.
Credo.
Colpisce poi che persino nella sezione "sperimentale" del Festival, Orizzonti, Amir Naderi abbia presentato un film che inneggia al cinema che fu e che non è più.
E a guardare avanti, non sembra che ci siano molti film nelle sezioni principali che tentino di giocare la carta di un linguaggio più moderno o innovativo.
Tanto per fare un esempio, La talpa di Alfredson sembra uscito di peso dagli anni Settanta.
È come se, di fronte alla complessità magmatica del reale, il bisogno di razionalizzare sia tale da far rifugiare chi fa cinema nella linearità rassicuranante del passato.
Un po' come lo Jung di Michael Fassbender in A Dangerous Method, che finisce coi nervi a pezzi perché la variabile impazzita Sabrina Spielrein sconvolge il suo bisogno di controllo rigoroso e analitico di pensiero e pulsioni.
Ecco, io spero che il cinema non finisca coi nervi a pezzi.
E soprattutto spero che, quale che sia la Sabrina Spielrein del cinema, questa non abbia le fattezze e la recitazione di Keira Knightley.
Che è un po' come Corinna Negri. E non dico altro.
Diamine, nel film di Cronenberg fa di quelle facce che pare si lussi la mascella tutte le volte, per poi risistemarla di nascosto come faceva Mel Gibson con la spalla in Arma letale.
Monica Bellucci, invece, le facce non le fa.
Cosa faccia, esattamente, ancora non l'ho capito.
Non ho capito nemmeno cosa facesse oggi Manuela Arcuri all'Excelsior.
Non ci sto capendo niente (evitate facili battute vol. 2).
Una cosa però la so, chiara come il sole.
Che, piaccia o non piaccia Viggo Mortensen, di Freud al cinema c'è e ci sarà solo e soltanto lui:
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La Fin Absolue a Venezia
by Federico Gironi
17. maggio 2011 20:50
Ognuno, durante un festival, vive il suo piccolo psicodramma.
Basti pensare alle già citate traversie di ieri riguardo a Malick e gli ingressi impossibili.
Io oggi ho avuto il mio: per qualche ora ho perso il cellulare.
Dopo la proiezione delle undici, e dopo aver soddisfatto le esigenze nutritive con una baguette farcita che sta diventando troppo d'abitudine, ho guadagnato con fatica una postazione in sala stampa. Per poi accorgermi, in preda all'orrore, di essere privo del fido accessorio.
Dove l'avessi perso l'ho subito capito: dans la Salle Lumière.
Venire a capo della complessa burocrazia senza carta che vige presso il personale di sala di Cannes non è stato facile.
Ma dopo una visita inutile agli oggetti smarriti e un po' d'insistenze, sono riuscito a rientare nella Lumière tra un film e l'altro per cercare il telefono scomparso.
Secondo me voleva proprio perdersi, visto che pur cercandolo nel posto esatto, non lo trovavo. E l'ho finalmente agguantato solo in virtù di una testarda ostinazione. Vi risparmio i dettagli.
Secondo me è stata la stessa testarda ostinazione che aveva Jodie Foster quando è riuscita a imporre il paria Mel Gibson come protagonista del suo The Beaver. Che peraltro era proprio il film galeotto per il mio cellulare.
La Foster, in conferenza stampa, ha difeso a spada tratta l'amico e gli ha fatto i suoi sinceri auguri per un ritorno alla normalità di vita e di lavoro.
E Mel Gibson, a sopresa, si è presentato alla Montée des marches del suo film, con tanto di elegante e sobrio smoking (no pun intended. Per il "sobrio", voglio dire).
Proprio mentre scrivo sta prendendo gli applausi scroscianti del pubblico della Salle Lumière.
Fosse stato lì, avrebbe applaudito anche il mio cellulare.
Ma sta qui, lo sorveglio a vista.
E allora al redivivo Mel (che nel film è bravissimo) dedico una canzone:
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La Fin Absolue a Cannes