by Federico Gironi
19. settembre 2011 15:29
Solitamente (storicamente, quasi) il mio interesse per le dinamiche e le conseguenti analisi del botteghino non è particolarmente elevato.
Sarà pigrizia, sarà spocchia, sarà miopia, ma non posso negare il vero.
Almeno in questo caso.
Oggi, però, è successo qualcosa che ha suscitato il mio interesse.
Non parlo dell'ottimo esordio del Carnage di Roman Polanski (per la cronaca, più di 870mila euro nel weekend), né del dominio dei Puffi, né della "straordinaria" tenuta del Box Office 3D di Ezio Greggio.
Parlo del film che, per segnalazione del mio vicino di scrivania, ho scopreto essersi piazzato al 16° posto nella classifica degli incassi del fine settimana con oltre 27mila euro. Realizzati, peraltro, in un'unica e solitaria sala.
Un film che è uscito in Italia il 23 gennaio.
Del 1998.
S'intitola Punto di non ritorno, è uno dei primi successi del Paul W.S. Anderson che poi ha dato il via alla saga di Resident Evil, e che sta per tornare nelle sale con un film (nuovo) sui Tre Moschettieri (quelli vecchi).
"Embe'?", direte voi.
Eh, non so. Mi colpisce però.
In quante sale uscirebbe, oggi, un film come quello?
Che incasso farebbe? Assai di meno? E perché?
Lo so, forse non ho niente di meglio a cui pensare.
Però, alla fine, il fatto è che la gente al cinema ci va.
E tante studiatissime e martellanti strategie di marketing crollano di fronte a pur episodici exploit di questo genere.
Ma la vera domanda è:
I Tre Moschettieri andrà meglio o peggio di Punto di non ritorno?
by Federico Gironi
2. settembre 2011 17:08
Tre giorni di festival sono decisamente pochi per tracciare itinerari, linee guida o bilanci.
Ma non riesco a togliermi dalla testa come il cinema che sia passato in questi giorni nelle sale del Lido di Venezia sia, in un modo o nell'altro, rivolto al passato. Magari, nelle migliori delle ipotesi, per meglio leggere il presente o per tentate di guardare al futuro.
Ma comunque rivolto al passato.
Non ho voglia di rileggermi, non ce l'ho mai (non fate facili battute), ma posso ipotizzare che l'aggettivo più usato nelle mie recensioni di questi giorni sia stato "classico".
Classico era il film di Clooney, classico lo stile faticosamente ricercato e mai centrato da Madonna.
Classico, certamente, anche Polanski, per non parlare di un inedito Cronenberg.
Più che classico, vetusto e impolverato Garrel.
Non è un giudizio qualitativo o estetico, è solo una constatazione abbastanza oggettiva.
Credo.
Colpisce poi che persino nella sezione "sperimentale" del Festival, Orizzonti, Amir Naderi abbia presentato un film che inneggia al cinema che fu e che non è più.
E a guardare avanti, non sembra che ci siano molti film nelle sezioni principali che tentino di giocare la carta di un linguaggio più moderno o innovativo.
Tanto per fare un esempio, La talpa di Alfredson sembra uscito di peso dagli anni Settanta.
È come se, di fronte alla complessità magmatica del reale, il bisogno di razionalizzare sia tale da far rifugiare chi fa cinema nella linearità rassicuranante del passato.
Un po' come lo Jung di Michael Fassbender in A Dangerous Method, che finisce coi nervi a pezzi perché la variabile impazzita Sabrina Spielrein sconvolge il suo bisogno di controllo rigoroso e analitico di pensiero e pulsioni.
Ecco, io spero che il cinema non finisca coi nervi a pezzi.
E soprattutto spero che, quale che sia la Sabrina Spielrein del cinema, questa non abbia le fattezze e la recitazione di Keira Knightley.
Che è un po' come Corinna Negri. E non dico altro.
Diamine, nel film di Cronenberg fa di quelle facce che pare si lussi la mascella tutte le volte, per poi risistemarla di nascosto come faceva Mel Gibson con la spalla in Arma letale.
Monica Bellucci, invece, le facce non le fa.
Cosa faccia, esattamente, ancora non l'ho capito.
Non ho capito nemmeno cosa facesse oggi Manuela Arcuri all'Excelsior.
Non ci sto capendo niente (evitate facili battute vol. 2).
Una cosa però la so, chiara come il sole.
Che, piaccia o non piaccia Viggo Mortensen, di Freud al cinema c'è e ci sarà solo e soltanto lui:
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La Fin Absolue a Venezia
by Federico Gironi
1. settembre 2011 17:22
Curioso.
Nel giorno in cui il Lido di Venezia è sottosopra per via dello sbarco di Madonna (anche se personalmente sono sottosopra per via della visione del suo film...), su comingsoon.it va online una sezione Musica che abbiamo tenuto in gestazione per qualche tempo. Più che di coincidenza, in questo caso si potrebbe parlare di assonanze.
Comunque qui a Venezia la musica sarà protagonista: c'è il documentario su Vasco, quello su Fernanda Pivano che ha assicurato la presenza di Patti Smith, il nuovo film concerto dei Sigur Ros e molto altro ancora.
Peccato però che qui le muzak o le colonne sonore proposte dalla Biennale negli spazi davanti al red carpet o dai tanti baretti del lungomare, non siano esattamente all'altezza dei nomi appena citati.
Poi, per carità, mi terrei anche quella roba lì se lo scontrino che ti viene presentato fosse umano.
Avoglia a parlare di rinnovato legame con le realtà commerciali del Lido e di nuovi sforzi organizzativi in conferenza stampa di presentazione: il problema cibo, a Venezia, è sempre lo stesso. In termini economici e qualitativi.
Ma ora basta, non mi occupo di queste cose e mi limito a fare il mio lavoro, come ha detto Christoph Waltz in conferenza stampa, rispondendo a una domanda sull'essere diventato famoso.
Waltz aveva una lunga barba bianca bellissima.
La vorrei anche io.
Il vestito di Madonna, invece, glielo lasciamo.
Che poi, se Waltz è chiaramente (seppur in parte) lo specchio di Polanski in Carnage, in cosa si è rispecchiata Miss Ciccone nel suo film?
Da un certo punto di vista in tutto. Inteso come vacuità.
Anche perché in conferenza stampa, lei, ha detto che non dovrebbe abdicare affatto al suo ruolo di regina del pop, per amore.
Che può benissimo mantenere l'una e l'altra cosa.
Sarà.
Al cinema, almeno, potrebbe rinunciare.
Che deve tenersi proprio tutto tutto?