Sere d'estate

by Federico Gironi 7. luglio 2011 10:27

Eravamo rimasti che era estate, l'ultima volta che ci siamo sentiti.
Il caldo, il ponentino, le arene, le serate all'aperto.
Vi ricordate?
Beh, ripartiamo da lì.

Le sere d'estate hanno sempre qualcosa di speciale, ancora di più quando sei un ragazzino.
Sarà l'atmosfera, il caldo, la sensazione di libertà, l'assenza di impegni, il fiorire dei desideri.

Quanti film abbiamo visto, specie americani, che raccontano le piccole e grandi vicende di bambini o ragazzi che trascorrono sere insieme, inventandosi avventure o scoprendo sé stessi e gli altri?
Super 8, che ho visto ieri e di cui parleremo altrove, in fondo racconta (anche) di quello. E mi viene in mente Dazed and Confused di Richard Linklater, e mi vengono in mente tante storie e atmosfere kinghiane, da It in avanti (tra parentesi molto citate nel film di Abrams).

Insomma, le sere d'estate, trascorse tra amici nella suburbia, tra corse in bicicletta e bagni nei fiumi o nei laghi, sono il perfetto setting individuato da tanto cinema e tanta letteratura per quelle storie che si definiscono "coming of age".
Genere che mi è particolarmente caro.

In tempi relativamente recenti sono state due le storie di coming of age viste al cinema che mi hanno colpito di più.
La prima è quel Scenes from the Suburbs nato dalla collaborazione tra Spike Jonze e gli Arcade Fire di cui abbiamo già parlato e che già da qualche giorno è possibile vedere integralmente e gratuitamente su Mubi.
Il secondo è un film passato in concorso al Torino Film Fest del 2010, caldamente consigliatomi da un amico selezionatore, intitolato The Myth of the American Sleepover.
Ai tempi ne scrissi così.

Ora, di questo piccolo grande film scritto e diretto dall'esordiente David Robert Mitchell, è arrivato online un bel trailer.
Nella speranza che prima o poi possiate vedere tutto il film, dategli un'occhiata.
Magari fatelo quando già è un po' buio, davanti a una finestra aperta che faccia entrare l'aria e i suoni della sera.
Magari sorseggiando una birra fresca appena stappata e ripensando alle vostre estati da ragazzi, a come eravate, a come siete.
A come saremo.

Digg It!TwitterStumbleUponTechnoratiRedditDel.icio.usNewsVineFacebookBlinkListGoogleMySpace

Wild Boy(s) at Heart

by Federico Gironi 15. marzo 2011 13:09

Nella ristretta (?) lista dei registi del mio cuore e del mio cervello - e pure del mio stomaco, va' - David Lynch occupa un posto di tutto rilievo.
L'esperienza della visione (dentro e fuori lo schermo) di un film straordinario come INLAND EMPIRE ai tempi del suo passaggio al Festival di Venezia del 2006 non finisce ancora di scuotermi.

In anni di carriera, Lynch non ha fatto altro che ridefinire il territorio, la materia, la forma e i confini di quello che normalmente intendiamo come cinema. E non solo, considerando il peso dell'impatto culturale, immaginifico e produttivo che ha avuto anche sulla televisione e la sua fruizione con una cosa chiamata Twin Peaks.

Senza poi contare tutti quegli esperimenti audiovisivi che sono fruibili attraverso il suo sito ufficiale: da Dumbland a Rabbits, ma anche i suoi (sur)reali weather reports per la città di Los Angeles.
E senza poi parlare della sua attività come venditore di caffé, di quella musicale che ha portato alla realizzazione di due singoli di electro-pop intitolati "I Know" e "Good Day Today".  O del fatto che appaia come cammeo ricorrente nel cartoon The Cleveland Show nei panni di Gus the Bartender.

Ma ora Lynch (che è un genio, si può dire?, e ha un gran senso dell'umorismo) si prepara a stupire di nuovo.

Avete presente quella serie di concerti trasmessi via web, sponsorizzati da una nota carta di credito e chiamati Unstaged? Quelli la cui regia è stata affidata a D.A. Pennebaker nel caso dei The National e a Terry Gilliam in quello degli Arcade Fire?
Ecco.

Ora tocca a Lynch. Che dirigerà il webcast di un live dei Duran Duran.
David Lynch. I Duran Duran.
E' una cosa meravigliosa. Da darsi alla meditazione trascendentale. O anche no. Però la data è il 23 di marzo, e annotatela su qualche tovagliolino di carta che poi perderete.

E ora, mentre bevete un caffé, per festeggiare due tre video al prezzo di uno.
Il primo è una specie di trailer dell'evento in questione.
Il secondo, in due parti, è il minifilm che di recente Lynch ha girato per Dior, con Marion Cotillard. Che non fa mai male.


 

Digg It!TwitterStumbleUponTechnoratiRedditDel.icio.usNewsVineFacebookBlinkListGoogleMySpace

Extended Version

by Federico Gironi 17. febbraio 2011 16:26

Sono tornato. Qualcuno forse, leggendo qualcuna di queste cose qui, si sarà accorto che ho fatto un salto a Berlino per seguire parte della 61esima edizione del festival.

Penso di essere stato fortunato, dato che sono riuscito a vedere molte cose buone nel contesto di una Berlinale che, pare, non sta riservando un gran che ai suoi frequentatori.

Tra queste, quella che sono andato a vedere in fretta e furia il giorno del mio arrivo, lo scorso sabato. In programma, infatti, c'era la proiezione di parte della selezione dei corti selezionati in Berlinale Shorts: s'intitola Scenes from the Suburbs, è diretto da Spike Jonze e da lui stesso sceneggiato assieme a Will e Win Butler.

Win Butler è il signor Arcade Fire, ovvero il leader di uno dei gruppi più idolatrati dagli indie di tutto il mondo. E qui forse qualcuno capisce già dove sto andando a parare.
Perché qualche mese fa, Jonze ha diretto il videoclip di "The Suburbs", il primo singolo del nuovo, omonimo disco degli Arcade Fire. Il video era già un piccolo corto, come potete vedere da soli:

Scenes from the Suburbs è molto più di una versione estesa di questo video, anche se ovviamente ne riprende temi e sensibilità, a loro volta fortemente debitrici di quelle dei lavori di Jonze e degli Arcade Fire.

Modulando la Nouvelle Vague con la lettura della giovinezza propria di tanto cinema indie recente (passando per Spielberg), Jonze gira con estrema levità un corto nel quale i temi della fine di una stagione (della vita) e del vivere in quelle realtà modulari che sono i suburbia americani sono esplosi e declinati con modalità insolite, con l'irrompere di ansie terribili e violente provenienti da un immaginario solitamente alieno.
In precedenza quasi soave persino nella malinconia, Jonze questa volta racconta che persino il luogo per eccellenza del quieto vivere e del sogno americani non può più bearsi di un ignavo isolamento, vittima di quel caos violento e canceroso del mondo "esterno" che ha storicamente cercato di evitare. Che la corruzione della purezza è oramai pervasiva.

Il risultato è emotivamente coinvolgente, sorprendente e inquietante. Un film che pare il controcanto di quel The Myth of the American Sleepover visto a Torino qualche mese fa e che temo nelle sale non arriverà mai.

Comunque, a Berlino i corti sono seguitissimi. Non solo quelli di Jonze.

Digg It!TwitterStumbleUponTechnoratiRedditDel.icio.usNewsVineFacebookBlinkListGoogleMySpace

Un blog di Federico Gironi

“Its origin and purpose are still a total mystery.”


Archivio

Ultimi Commenti

Comment RSS