by Federico Gironi
30. aprile 2012 13:29
Ci voleva.
Ci voleva che a prendersi l’onere e l’onore di una presa di posizione necessaria e sacrosanta fosse IL critico cinematografico italiano.
Quello diventato sostantivo, con l’articolo.
Quello del dizionario, quello che conoscono tutti.
A onor del vero, certe cose si potevano scrivere prima.
E a onor del vero, non tutto tutto di quel che Paolo Mereghetti ha scritto in questo pezzo pubblicato domenica sul supplemento culturale del Corriere della Sera è totalmente condivisibile.
Specie quando tende un po’ troppo a fare di tutt’erba un fascio parlando di cinema stracult: non a caso suscitando un po’ d’indignazione di alcuni tra quelli che di quel cinema e quelle rassegne si sono occupati in modo diretto.
Ma qui c’entrano anche polemiche vecchie e che non ci riguardano direttamente.
Anche perché guardano a ieri.
Quel che invece va sottolineato (e che importa e ci riguarda) è che il critico più celebre d’Italia, dalle colonne del quotidiano più celebrato d’Italia, ha avuto la forza e il coraggio di scrivere e rivendicare alcuni punti fondamentali per la sopravvivenza di un sistema culturale nel nostro paese e anche per il futuro di un’attività ancora importante ma in crisi esistenziale come quella della critica.
Perché è necessario, fondamentale, a costo di essere bollati come snob o elitisti, dire che inseguire i gusti del pubblico a tutti i costi non è giusto e non è un bene: si pensi al berlusconismo televisivo, per fare un esempio extra cinematografico.
Necessario è dire che inchinarsi sempre e comunque alle leggi del mercato (di questo mercato) non è giusto e non è un bene: e la situazione economico politica che viviamo a livello globale lo grida a pieni polmoni.
Necessario è sottolineare la responsabilità diretta e oggettiva che su certe derive hanno coloro i quali hanno scelto come mestiere un ruolo da mediatore tra un’espressione soggettiva (politica, culturale, artistica) e l’opinione pubblica: giornalisti e critici.
Giornalisti e critici troppo spesso autoridottisi a megafoni dell’ovvio, a ripetitori di quel che altri (magari tanti) vogliono sentirsi dire.
Che hanno abdicato alle incombenze ermeneutiche persino pedagogiche (sì, pedagogiche) che dovrebbero avere per timore di essere additati come coloro che si vogliono mettere in cattedra, ma che in cattedra si mettono a furor di popolo sciorinando solo banalità e ovvietà.
Non mi dilungo oltre nella sterile ripetizione di quel che è stato scritto prima e meglio di me da Mereghetti, ma mi auguro solo che quelle pagine possano aprire dibattito e stimolare riflessioni.
Specialmente nella mia generazione.
Quella troppo spesso lamentosa, che rivendica spazi senza a volte averne titolo o competenze.
Quella che di fronte ad un oggetto filmico diverso non ha altre armi se non l’ironia sul nome esotico o il dileggio dell’ermetismo.
Che non s’interroga, che ragiona solo in termini di noia o successi al box office.
Quella che, pur non priva di contenuti, cede a volte nell’eccesso di fandomismo o di elucubrazioni ultrapop.
Insomma.
Se è vero che la critica deve riflettere su sé stessa, il suo senso e le sue modalità, se – come dice l’amico e collega Alberto Farina - dovrebbe fare un mea culpa sulla sua incapacità di farsi ascoltare dal pubblico, forse dovrebbe iniziare a farlo non dalla sua progressiva autodelegittimazione o dal crescere del suo populismo a buon mercato ma dal recupero cosciente e mai spocchioso o sterilmente snobistico del senso di responsabilità, di un ruolo di guida e indirizzo che non sia beceramente semaforico, della sua natura dialettica bilaterale.
In breve, della sua possibile, legittima e legittimante autorità.
by Federico Gironi
3. aprile 2012 12:16
Un piccolo giallo ha visto nelle ultime ore protagonista il programma del prossimo Festival di Cannes.
Sul sito uffficiale della manifestazione è apparso per qualche minuto, per poi essere subitaneamente ritirato, l'elenco dei film in concorso di quest'anno.
Un errore grossolano? Un pesce d'aprile tardivo?
Dalla Croisette dicono si tratti di una burla, che il programma lo conosce solo Fremaux...
La verità la sapremo solo il 19 aprile, il giorno in cui verà ufficialmente comunicato il programma del Festival.
Nel frattempo, ecco i titoli che componevano la lista apparsa e poi scomparsa:
MOONRISE KINGDOM de Wes Anderson
APRES LA BATAILLE de Yousry Nasrallah
BIG HOUSE de Matteo Garrone
THE BURIAL de Terrence Malick
COSMOPOLIS de David Cronenberg (With Robert¨Pattinson)
DE ROUILLE ET D’OS de Jacques Audiard (French with Marion Cotillard)
ELEFANTE BIANCO de Pablo Trapero
GEBO ET L’OMBRE de Manoel de Oliveira
LE GRAND SOIR de Gustave Kervern et Benoit Delépin
IL EST DIFFICILE D’ETRE UN DIEU d’Alexei Guerman
IN ANOTHER COUNTRY de Hong Sangsoo
THE LAND OF HOPE de Sono Sion
LAURENCE ANYWAYS de Xavier Dolan
A LIAR’s AUTOBIOGRAPHY: THE TRUE STORY OF MONTY PYTHON’S GRAHAM CHAPMAN de Bill Jones, Jeff Simpson et Ben Timlett
MAIN DANS LA MAIN de Valérie Donzelli
THE MASTER de Paul Thomas Anderson
MISHIMA ( titre provisoire ) de Koji Wakamatsu
NO de Pablo Larrain
PIAZZA FONTANA de Marco Tullio Giordana
A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE de Roy Anderson
THE PLACE BEYOND THE PINES de Derek Cianfrance
PROVIZORIU de Cristian Mungiu
RHINOS SEASON de Bahman Ghobadi
STOKER de Park Chan-wook
Ok, era una burla.
Era chiaro.
Ma il gioco di vedere quali di questi titoli saranno davvero in concorso tra poco più di un mese, io lo farei.