Caldo e arene

by Federico Gironi 25. giugno 2011 12:18

Oramai è proprio estate.
Lo dice anche il calendario, per non parlare del termometro.
In fondo non si sta male, a Roma, d'estate. La sera è bello starsene fuori, all'aperto, apprezzando il ponentino. Quando c'è.

Ieri sera sono stato fuori, infatti.
A Caracalla, alla Festa dell'Unità (o Democratica, come si dice oggi), per mangiare i tonnarelli all'amatriciana di Agricoltura Nuova.

Lo dico perché pare vada di moda parlare di quello che si mangia. Però io mi sono dimenticato di fotografare il piatto. Ne ho ancora di strada, da fare.

Comunque, dopo la cena ho fatto un salto al Kino. Lo sapete tutti cos'è il Kino, vero?
Però al Kino c'era pochissima gente. E certo: è estate. La sera è bello starsene fuori, all'aperto, apprezzando il ponentino. Quando c'è.
Però quelli del Kino mica son scemi. Lo sanno pure loro che è bello starsene fuori, all'aperto, etc. etc.
E allora si sono attrezzati, han fatto un accordo col Circolo degli Artisti e hanno organizzato la loro piccola arena estiva.
In onore del luogo che li ospita, hanno butatto giù un programma che coniuga alla perfezione cinema e musica. Lo trovate qui.
Io consiglio soprattutto Heima e The Devil and Daniel Johnston.

Comunque, a proposito di rassegne estive e di arene, Nanni Moretti ha ufficializzato il programma della nuova edizione di Bimbi belli, la sua selezione delle migliori opere prime italiane dell'anno trascorso.
Il programma lo trovate online, sul sito della Sacher, cliccando su "Nuovo Cinema Sacher" e poi su "Dal 30 giugno".
C'è Ascanio Celestini, c'è Boris, c'è la Rohrwacher (la sorella).
E c'è Massimiliano Bruno con Nessuno mi può giudicare.
Quello della battuta: "Ma che siamo in un film di Nanni Moretti?"
Ecco, come dire: sono curioso.

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Scacco matto

by Federico Gironi 23. giugno 2011 19:02

Chi mi conosce lo sa bene.
Sono un pigro.
A volte molto pigro.
Troppo.
Non è un caso che questo blog abbia a volte dei "buchi di programmazione" così prolungati.
Ma questo è un altro discorso.

Sono pigro, dicevo.
E questo comporta che i miei tempi di reazione tra pensiero e azione siano non esattamente da centometrista. E allora spesso accade che alcune riflessioni che mi ronzano in testa vengano poi espresse prima da altri. O che idee che mi vengono siano poi messe in pratica mentre io mi sto ancora crogiolando nella pigrizia.
Nelle velleità, per dirla con I Cani.

Per carità, mica sostengo di avere chissà quali intuizioni.
Ma capita che, di fronte a un articolo, a una storia, a un film, a un documentario, mi venga da dire: "ecco, vedi? se mi fossi mosso prima non mi avrebbero rubato l'idea."
E' ad esempio il caso di un documentario presentato alla scorsa edizione del Sundance, che sta per debuttare nelle sale inglesi.
S'intitola Bobby Fischer Against the World.

Chi è Bobby Fischer? E' stato uno dei più grandi scacchisti di tutti i tempi.
Non che io m'intenda particolarmente di scacchi, per carità. E' che Fischer ha una storia terribilmente affascinante.
Un uomo geniale e dal carattere impossibile: paranoide, misogino, misantropo, reclusivo. Per alcuni folle, per altri malato della Sindrome di Asperger, per altri ancora semplicemente uno stregolato.
Fu l'unico americano a diventare campione del mondo di scacchi, perse il titolo per non volerlo difendere, sparì dalla scena pubblica per vent'anni, sparì dii nuovo, fu ritrovato.
Perse il passaporto americano per via di contrasti durissimi con il Dipartimento di Stato del suo paese, fu arrestato in Giappone e poi rilasciato, gli fu offerto asilo dall'Islanda.
E lì morì da esule, tre anni fa. Proprio in quella Reykjavík che fu teatro delle sue sfide più celebri con Boris Spasskij.

"Vabbe', e allora?", direte voi?
Niente, solo che per anni pensavo tra me o con pochi amici: "Su Fischer andrebbe proprio fatto un documentario."
Ecco. Sono stato accontentato.
E come se non bastasse, da anni è pronto il copione di un biopic intitolato Pawn Sacrifice, finto anche nella prestigiosa Black List delle migliori sceneggiature ancora da girare. Le ultime volta che se n'era parlato, si diceva David Fincher fosse interessato a dirigerlo, e che Tobey Maguire lo volesse produrre e interpretare.
Vedremo. Dubito di riuscire ad arrivare prima di loro.
O di chiunque altro.

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Eat My Shorts

by Federico Gironi 13. giugno 2011 11:45

A Bologna si sta bene.
A Bologna fanno sempre delle belle cose.
A Bologna, in questi giorni, c'è il Biografilm Festival.
Tra poco ci sarà anche Il Cinema Ritrovato, ma questa è un'altra storia.
Torniamo al Biografilm.

Tra le cose che questo festival dedicato alle storie di vita propone quest'anno ai suoi frequentatori, ce n'è una in particolare che vorrei segnalare.
E non perché la curatrice, che conosco, mi ha mandato un comunicato con preghiera di pubblicazione. In questo sono terribile. Sarà che sono pigro o che mi piacciono davvero pochissime cose. E segnalo solo cose che mi convincono davvero.

Quel che quindi volevo segnalare è la restrospettiva parte del Biografilm dedicata ad un autore spesso molto sottovalutato, dove non incompreso, come John Hughes.

Sì, John Hughes, quello dei teen movie degli anni Ottanta.
Quello che ha segnato una generazione, ritraendola, mostrandola a sé stessa per come era e non era capace di accettarsi, regalandogli l'orgoglio della propria identità, quale che essa fosse.
Proprio per questo, considerato il legame anche emotivo che esiste tra gli spettatori di quei film in quegli anni, specie se allora più o meno coetanei di quei protagonisti, parlando di Hughes, c'è sempre il rischio di veder ridotte certe considerazioni a riflussi di nostalgia, di modernariato cinematografico.

Bella in rosa come le pubblicità delle Crystal Ball su Topolino 1235, insomma.
E invece no, perché John Hughes è più di un revival.
E' uno sceneggiatore (prima ancora che un regista, questo i suoi fan più hardcore ce lo permetteranno) la cui influenza è vivissima nel cinema contemporaneo.

Non lo dico io, che non sono nessuno.
Non è una mia opinione.
Lo dimostrano film che lo citano esplicitamente (da Mean Girls a Easy A) e non.
Lo dimostra un sito autorevole come ScriptShadow, che pubblica articoli come questo, dedicato a The Breakfast Club.
Lo dimostra il fatto che un regista come Nicolas Winding Refn, non certo un Judd Apatow (con tutto il rispetto per Apatow) sostenga che l'unica cosa che mancava ai film di Hughes era la violenza, e che altrimenti sarebbero stati perfetti.

A me comunque i film di Hughes vanno bene anche senza violenza.
A, fossi a Bologna in questi giorni, la restrospettiva a lui dedicata me la vedrei.
E' già cominciata, e prosegue fino a mercoledì.
Io ve l'ho detto.

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Buongiorno

by Federico Gironi 9. giugno 2011 11:24
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Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche

by Federico Gironi 8. giugno 2011 11:37

Qualche giorno fa, Terrence Malick ha mandato una lettera ai proiezionisti di tutti i cinema statunitensi che programmano il suo The Tree of Life.
Nella lettera, dopo un "fraterno saluto", le istruzioni per proiettare il suo film correttamente. Potete leggere qui.

Negli stessi giorni, a Bologna, nel cinema Lumière (ovvero la sala della Cineteca di Bologna, non esattamente una scrausa multisala dedita solo a blockbuster e b-movie) lo stesso The Tree of Life veniva proiettato con alcuni rulli invertiti. Senza che praticamente nessuno se ne accorgesse, e creando poi un po' di can-can su Facebook.

E va bene. Succede.
Io vidi a Venezia una proiezione di 21 grammi partita a rulli invertiti. E per "Venezia" intendo il Festival.

Ieri poi sono andato a vedere X-Men: L'inizio presso quella che a Roma è una delle sale più usate per le anteprime per la stampa: la sala dell'ANICA, l'Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali.
E per ottenere una messa a fuoco appena decente, ci sono voluti fischi e grida di protesta, e almeno 30 minuti di film.
Sono dieci anni che vado a vedere film all'ANICA, e sono dieci anni che il proiezionista sbaglia fuochi, quadri e mascherini.

Vabbe' (si fa per dire).

Poi, di nuovo negli Stati Uniti, ci sono gli appelli dei registi (da Michael Mann a Guillermo del Toro passando per tanti altri) che protestano contro la riduzione della finestra di tempo che deve intercorrere tra l'uscita di un film in sala e la sua distribuizione in video-on-demand o in home video, perché in questo modo molte piccole sale chiuderebbero.

E poi, tornando in Italia, ci sono distribuzioni che fanno uscire film più o meno piccoli ad anni di distanza dal debutto originale e dalla diffusione attraverso altri canali. E le versioni originali che sono sempre meno.

Insomma.
Dove voglio arrivare?
Non lo so esattamente.
Mi pare però evidente che, se consideriamo tutti questi fatti assieme, l'elemento comune è il cinema inteso in quanto luogo fisico.
La sala. E le sue modalità di fruizione.

Non sono questioni oziose.
Nelle riflessioni attorno alla sala s'intrecciano considerazioni sulla natura stessa del cinema e dell'oggetto film, nella qualità tecnica ed artistica che propongono i cinema si riflettono valutazioni centrali per il futuro della distribuzione.
La dialettica con altre forme di distribuzione e fruizione è più forte che mai. MUBI insegna. Come potete approfondire qui.

Se volete pensateci, parliamone.
E comunque, forse, ci sarebbe da considerare non solo come le sale trattano noi, ma come noi trattiamo le sale.
Ad Austin lo stanno facendo.
Date un'occhiata:

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One to Watch: Michael Fassbender

by Federico Gironi 6. giugno 2011 16:07

Domani Dopodomani in Italia esce X-Men: L'inizio.
Wow.
Domani pomeriggio vedo il film e subito dopo, spero, mi dedicherò alla recensione.
Che dovremmo pubblicare entro sera.

Ma non è di questo che volevo parlare.
O comunque, non esattamente.
Perché i discorsi preventivi sul film di Matthew Vaughn mi interessano pochissimo, come quelli su quasi tutti i film.
Però c'è da notare che, per questa sorta di prequel della saga dei mutanti, Vaughn abbia messo insieme un cast davvero interessante. Da James McAvoy a Kevin Bacon, passando per Jennifer Lawrence e January Jones.

E poi c'è Michael Fassbender.
Che non è tedesco, come sostiene Wikipedia versione italiana,e che piace un po' troppo alle donne (questo lo sostengo io).
E che però è bravo. Proprio bravo

Io, andando a ritroso nel tempo, l'ho visto in Bastardi senza gloria, in Fish Tank, in Eden Lake.
Anche in 300 credo. Credo perché c'era, ma non sapevo nemmeno chi fosse.
Perché chi fosse l'ho scoperto solo quando, a Cannes del 2008, ho visto quello straodinario film che è Hunger di Steve McQueen, non a caso quell'anno vincitore della Camera d'Or.
E, oltre che per i grandi meriti di un regista esordiente, Hunger si ricorda di certo anche per la performance di Fassbender, che interpreta il protagonista Bobby Sands.

Ora. Vi prego.
Non mi tirate fuori le solite banalità. Non mi dite "sì, oddio, il suo dimagrimento è impressionante, il lavoro sul corpo...".
Perché non è quello che conta.
Non solo.

Solo un grande attore, supportato da un altro grande attore (in questo caso Liam Cunningham) e da un grande regista, avrebbe retto la scena che sta al centro di Hunger: un piano sequenza virtualmente ininterrotto, camera fissa, di dialogo serratissimo tra due protagonisti.
Il tutto per circa 18 minuti.
28 pagine di sceneggiatura.
28.
Fate voi.

Avevo avuto la tentazione di embeddare qui sotto il video della scena in questione.
Ma non lo faccio, perché dovreste recuperare tutto il film. Tutto.
Però vi segnalo questo articolo qui, che ho scovato in rete e che parla proprio della scena da 28 pagine di sceneggiatura di cui vi parlavo.
Leggetelo. Prima o dopo il film.

A proposito.
Io Hunger l'ho poi rivisto al Festival di Torino dello stesso anno.
Per aiutarmi a dirimere un dubbio del tutto privato, non è che qualcuno di voi si ricorda con chi l'ho visto, in sala?
Sono sicuro non fosse Fassbender.
Grazie.

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Georgia on my Mind

by Federico Gironi 3. giugno 2011 11:00

Il numero di film nuovi e/o sconosciuti in cui ci si imbatte navigando su internet, anche limitandosi a frequentare i pochi siti di riferimento che si hanno, è davvero esorbitante.
Stare dietro a tutti è cosa impossibile.
E, a dirla tutta, nemmeno utilissima, dato che la maggior parte dei titoli in questione sono a dir poco trascurabili. 

A volte però capitano anche delle belle sorprese. O succede di rimanere intrigati da una trama, una foto, un trailer.
E' in quei casi che La Fin absolue du monde mette su il cipiglio del blog che la sa lunga, e che vi suggerisce di tenere d'occhio quel personaggio o quel film.
E' il caso di General Orders No.9.

Film mai sentito nominare fino a ieri sera, quando ad attirare la mia attenzione sono stati, nell'ordine, la locandina che vedete nell'angolo in alto a sinistra di questo post e e il nome (solitamente abusato) di Terrence Malick.
Sinceramente cosa sia esattamente General Orders No.9 è difficile dirlo.
Dovrebbe trattarsi di un documentario che racconta i "cambiamenti e le perdite" subite dal territorio, la cultura e popolazione dello stato della Georgia nel corso dell'ultimo secolo.
Ed è frutto del lavoro di 11 anni dell'esordiente Bob Persons.

Forse qualcuno mi darà del togato o mi accuserà di essere autoreferenziale.
Ma io il trailer vorrei farvelo vedere lo stesso.

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Un blog di Federico Gironi

“Its origin and purpose are still a total mystery.”


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