One to Watch: Mike Mills

by Federico Gironi 30. gennaio 2011 17:42

Mike Mills.

Alzi la mano chi sa chi sia. Sì? Laggiù in fondo? No, non è il bassista dei REM. Cioè, anche. Ma non è il Mike Mills che ci interessa adesso.

Anche il Mike Mills di cui parlo suona, ma la sua attività principale è quella di regista, videomaker, grafico. Ha diretto videoclip per Air, Blonde Redhead, Moby e Yoko Ono. Ha disegnato copertine per Air (ancora), Cibo Matto, Sonic Youth. E tanti altri, nel primo come nel secondo caso.

Al cinema aveva diretto un solo film. Finora. Nel 2005 era stato presentato alla Berlinale Thumbsucker - il succhiapollice, successivamente fatto uscire in Italia, allo sbaraglio, sono nel giugno dell'anno successivo. Ai tempi, scrissi questa cosa qui.

Mills è uno in gamba. E' uno della stessa scuola di Spike Jonze, di Gondry, della Coppola. E' tutto dentro quella sensibilità nuova che, con diverse sfumature, è portata avanti nei temi e nello stile dai migliori registi indipendenti.

Ora è uscito il trailer del suo nuovo film, intitolato Beginners. Guardatelo bene. Ho detto bene. E incrociate le dita perché qualcuno ce lo faccia vedere.

;

Ah.

Mills è sposato con una certa Miranda July. Mani alzate? Bene. Non mi dilungo ché ho la febbre. Anche lei ha fatto un altro film, The Future, che sarà tra pochi giorni a Berlino. Guarda un po'.

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Leviamoci il grembiulino

by Federico Gironi 28. gennaio 2011 17:53

Oggi, superando le ritrosie in me provocate dal titolo, sono andato a vedere il nuovo film di Fausto Brizzi. Se Maschi contro femmine aveva rappresentato un fenomeno del botteghino, mi pareva giusto cercare di capirlo, guardando almeno la seconda parte di questo dittico dedicato alla “guerra dei sessi” in chiave nostrana.

Ora.

Non voglio recensire il film. Poco m’importa qui valutare se e quanto Femmine contro maschi faccia ridere (o meno), sia girato bene o meno, sia recitato bene o meno. Sono certo andrà benissimo al botteghino e avrà numerosissimi estimatori.

Quel che vorrei sapere è se Fausto Brizzi pensa di aver fatto un ritratto accurato e critico dell’Italia, delle italiane e degli italiani dei nostri giorni, o se le sue erano semplicemente intenzioni fantastiche e parodistiche, a scopo puramente ludico.

Nel primo caso, vorrei sapere come mai nel film non c’è traccia di quella vena caustica e critica che, dal neorealismo alla commedia all’italiana, ha caratterizzato gli sguardi mai unicamente indulgenti dei registi che hanno voluto ridere della realtà sociale e culturale che si viveva in casa nostra. Che, quindi, i piccoli e grandi difetti dei personaggi non siano minimamente stigmatizzati. Non penso di certo che Brizzi creda di essere Dino Risi, per carità; ma Poveri ma belli e Belle ma povere erano un’altra cosa, e raccontavano certe dinamiche in maniera tutt’altro che conservatrice.

Nel secondo, invece, vorrei sapere se Brizzi non ha mai sentito la responsabilità morale di proporre al suo pubblico, che già sulla carta si poteva prevedere molto ampio, un ritratto meno stereotipato e antiquato delle relazioni tra uomini e donne. Insomma, a certe cose ci pensa già la nostra attualità.

Davvero oggi in Italia non possiamo ragionare sulle relazioni tra i sessi prescindendo dall’enfatizzazione di luoghi comuni oramai fortunatamente obsoleti? Raccontare i nostri adulti senza ricorrere all’esaltazione tutta nostrana della Mamma che si teme, si ama, ci controlla e guida? Indottrinare le nuove generazioni all’insegna di schemi mentali che riguardano non tanto la nostra ma quelle precedenti?

Anche se lo si fa per “far ridere”. Non possiamo essere un paese migliore, più moderno? Almeno al cinema?

Insomma, io già quando vado al ristorante e vedo le tavolate con tutti i "lui" da una parte e le "lei" dall'altra mi deprimo. Dobbiamo proprio continuare a mettere i grembiulini rosa e quelli celesti anche ai nostri figli?

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De-generazioni

by Federico Gironi 27. gennaio 2011 16:39

Hanno dato una stella sulla Walk of Fame a Donald Sutherland. Ieri.

Ieri.

Donald Sutherland ha 75 anni, sta sui set da quasi 50. E Il figlio, Kiefer, già l'aveva.

Alla cerimonia Kiefer non c'era: stava lavorando. Il suo biglietto per il padre è stato letto da Colin Farrell, che con Donald ha lavorato sul set di un film intitolato Horrible Bosses. Vabbe'.

Chissà se Donald c'è rimasto male. Dell'assenza, non per l'essere arrivato secondo.
Tra l'altro, in questa intervista qui, parla di The Mechanic come un film incentrato sul rapporto tra i padri e i figli. Vabbe' - vol 2

Comunque Donald Sutherland è sempre splendido, sempre più mefistofelico: la barba bianca gli copre il volto ma non gli nasconde lo sguardo inconfondibile, ambiguo, penetrante, malizioso. Non è un caso che Fellini volle lui come protagonista del suo meraviglioso Casanova; che rimane uno dei ruoli migliori del nostro.

In tempi più recenti, invece, Sutherland ha interpretato (con la consueta classe) un piccolo ruolo in un film forse sottovalutato. S'intitola Reign Over Me.

C'è Adam Sandler, lo so. Ma è un Sandler diverso. C'è anche il brano degli Who che ha ispirato il titolo del film rifatto dai Pearl Jam. E, in qualche modo, parla di genitori e figli anche quel film lì.

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Tirare acqua al proprio mulino

by Federico Gironi 26. gennaio 2011 15:54

Su invito dei responsabili del programma, ieri ho partecipato ad un'edizione speciale de I Cinepatici di commento alle nomination agli Oscar 2011.

Tra le opinioni che ho espresso - oltre ad una piccola, polemica, su Christopher Nolan - c'è stata quella di non ritenere The Social Network un film "classico" (o dalla struttura "classica"), al pari de Il Grinta dei fratelli Coen. E qualcuno, via Facebook, mi ha richiesto spiegazioni.

Oggi, per coincidenza, navigando su internet, ho scovato questa cosa qui. James Franco - che mi è simpatico, anche se piace un po' troppo alle donne... - tira giustamente acqua al mulino suo e di Danny Boyle, sostenendo che il film di Fincher è "classico", non ha alcuna relazione (formale?) con quello che per l'attore è il suo tema centrale, ovvero le nuove tecnologie e le nuove forme della comunicazione e contrapponendogli come esempio di ricerca cinematografica il loro 127 Hours. Franco mi è simpatico, è (diventato) bravo, studia e ha un sacco di progetti interessanti come attore e regista: ma manca clamorosamente il bersaglio.

Il fatto che The Social Network sia stato ingiustamente preceduto dalla dicitura "il film su Facebook" ha abbagliato più di un commentatore, che probabilmente partendo prevenuto si aspettava qualcosa di molto diverso. E lo stesso Fincher si è trovato a dover specificare che, per lui, il film è fondamentalmente il racconto di un rapporto umano.

La mia primissima impressione, a caldo, sul film andava in una direzione molto simile: poco m'interessava che si parlasse del titolare di Facebook o di quello di una panetteria, molto di più delle dinamiche sociali e relazionali (nuove, eppure ataviche) che invece si affrontavano.
Poi ho avuto modo di ragionare meglio su quanto visto e, pur non modificando di molto le mie posizioni, mi sono reso conto che quella che appariva una struttura apparentemente tradizionalissima era in realtà una revisione quasi rivoluzionaria (e, per questo, quasi mimeticamente invisibile) dei modi e dei tempi del racconto del cinema americano considerato, appunto, "classico". E che il lavoro di Sorkin e Fincher in questo senso racconta molto bene anche le nuove modalità d'interazione e comunicative che sono proprie della rete e dei social network.

The Social Network racconta il nostro mondo, tutto il nostro mondo, non solo quello della rete ma anche quello della rete, il modo (im)percettibilmente nuovo che adoperiamo per interagire con esso e - di conseguenza - con gli altri. Lo racconta tutto questo con uno stile (im)percettibilmente nuovo, che travalica e ridefinisce il classico pur non negandolo, che perpetua il vecchio catturando il nuovo e viceversa. E lo fa (non) parlando di una cosa per descriverne (anche) un'altra, affrontando una parte per riuscire poi a cogliere un tutto: proprio come accade in Scott Pilgrim vs the World, piccolo capolavoro incompreso che è speculare e complementare al film di Fincher.

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Le nomination agli Oscar 2011

by Federico Gironi 25. gennaio 2011 16:53

Sono state annunciate le nomination agli Oscar 2011.

Il manuale del bravo blogger dice che devo scrivere un post di commento.

Quindi eccolo qui:

le nomination agli Oscar 2011? Bah!

 


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Now in eye popping 3D

by Federico Gironi 24. gennaio 2011 17:09

Sarò probabilmente già troppo vecchio (dentro/fuori, fate voi...) per entusiasmarmi o per apprezzare le evoluzioni tecnologiche del cinema, ma questa storia del 3D davvero non riesco a capirla.

Non ho finora visto nemmeno un film (compreso Avatar, con la parzialissima eccezione di Coraline: ma trattandosi di stop motion il discorso è complesso...) in cui l'uso delle più moderne tecnologie stereoscopiche fosse effettivamente utile per far compiere uno scarto di qualità in termini di esperienza della visione.
Per non parlare della funzionalità del 3D in termini narrativi.

Questa nuova ondata di film in tre dimensioni (in arrivo solo quest'anno ce ne sono una trentina, come ci ricorda un articolo del Guardian di ieri al riguardo) mi sembra davvero la riproposizione aggiornata (ad uso esclusivamente monetario) di una tecnologia basilarmente vecchia, che ha già fatto i suoi tentativi di colonizzazione del mondo del cinema: fallendo tutte le volte. 

D'accordo con me Sono abbastanza d'accordo con John Carpenter, che in questa intervista, parlando del 3D, dice che "era ridicolo allora ed è ridicolo anche oggi"; e ancora di più con Roger Ebert, che qualche tempo fa, sul Newsweek, ha scritto questa cosa qui.
E viva i Razzies che hanno quest'anno hanno inagurato la categoria "Peggior uso improprio del 3D"

Di certo, il tempo (e le diavolerie del marketing) mi daranno torto. Di certo, Baz Luhrmann regalerà nuova profondità al "Grande Gatsby" girando il suo adattamento in 3D.

O forse, l'unico in grado di farmi divertire davvero col 3D sarà Alexandre Aja con l'imminente Piranha 3D: ma allora si tratterà di un divertimento ludico e autoironico, che strizza l'occhio ai maldestri tentativi degli anni Cinquanta e Settanta.
Non certo alla prosopopea di Cameron e dei suoi discepoli. 

PS - avevo dimenticato l'Herzog di Cave of Forgotten Dreams. Ma insomma...

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Ecco Anne Hathaway nei panni di Catwoman

by Federico Gironi 23. gennaio 2011 20:36

Un blog americano ha pubblicato la prima immagine di Anne Hathaway nei panni di Catwoman, il ruolo per cui Christopher Nolan l'ha voluta per il suo The Dark Knight Rises.

Eccola:

 

Ovviamente, si tratta di un'elaborazione fotografica che prende le mosse dalla copertina di un fumetto (qui l'immagine originale).

Se il look della Catwoman del prossimo film di Batman fosse simile a questo, male non sarebbe, considerato che da più parti sopracciglia si sono alzate riguardo la capacità della Hathaway di trasmettere la giusta carica di aggressivistà, seduttività e sensualità al personaggio. Di certo, Anne non potrà far peggio della Halle Berry nel terribile Catwoman: e se reciterà con lo stesso talento dimostrato in Rachel sta per sposarsi, potrebbe davvero sorprendere.

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Il grande Rooster: del Grinta e dei Coen

by Federico Gironi 23. gennaio 2011 15:18

True Grit è un film orbo.

True Grit è mutilato.

True Grit è ubriaco, sovrappeso, ha le dita mozzate ed è avvelenato.

True Grit non sbaglia la mira.

True Grit non è classico, né revisionista, né postmoderno.

True Grit è classico, revisionista e postmoderno.

True Grit è John Ford, Clint Eastwood, Jim Jarmush.

True Grit è epica e caduta del mito.

True Grit è il vero west(ern).

True Grit è purissimi fratelli Coen.

True Grit è il film più lebowskiano che abbia visto dai tempi del Grande Lebowski.
Fosse nato ai giorni nostri, Rooster Cogburn avrebbe giocato a bowling e ascoltato i Creedence.

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Il metro di giudizio

by Federico Gironi 20. gennaio 2011 15:02

Giornata double-face, quella di ieri, per il cinema di casa nostra. Perché se da un lato è arrivata comunicazione che il Qualunquemente da domani nelle sale sarà al Festival di Berlino come parte del programma della sempre interessante sezione Panorama, la notizia che ha fatto più clamore è che La prima cosa bella non ce l’ha fatta ad entrare nella short-list che precede le vere e proprie nomination all’Oscar.
Per farla breve: l’Italia l’Oscar non se lo giocherà proprio.

Lo ammetto: il mio interesse per i premi (che siano Oscar, Globi, Nastri, Leoni, Palme o nanetti) è veramente basso, la “stagione dei premi” non mi esalta ma mi deprime un po'. Come quella della caccia.
Meglio: basso è il mio interesse per il giochino del pronostico e dell’anticipazione, perché troppo spesso preso drammaticamente sul serio dai miei colleghi (specie quelli più giovani) e perché troppo spesso utilizzato come strumento per ostentare prosopopea, spocchia e presunta competenza del cinema e dei suoi meccanismi.
Quindi, mi spiace per Virzì, ma che il suo film non sia piaciuto abbastanza all’Academy non mi turba; né mi preoccupa in termini di promozione all’estero del nostro cinema. E non m’interessano come non mi sono interessate finora le polemiche sulla contrapposizione con il nostro altro candidato forte, Io sono l’amore, portabandiera mancato.

Di che sto parlando, allora? Sto parlando del fatto che, in questo caso come in moltissimi altri, premi, candidature e incassi sono diventati per molti (addetti ai lavori e non) quasi l’unico metro di giudizio per valutare caratteristiche e qualità di un film. La qualità “artistica”.
Un film non vale se (o perché) non incassa, non è nominato a qualcosa, non vince un qualche premio.
Magari ve lo infiocchettano meglio, ma la sostanza del discorso spesso è questa. E la mia impressione è che ci si aggrappi a questi dati “oggettivi” per mascherare dei vuoti (gravi) nelle capacità di parlare di film e di cinema per quello che sono, che rappresentano, che rispecchiano, che raccontano. Per le loro peculiarità artistiche, storiche, sociologiche, formali e narrative.

Magari mi sbaglio. Magari questo post incasserà pochissimo.

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Are you tired of the expected?

by Federico Gironi 19. gennaio 2011 15:19

La coincidenza pare propizia. Il giorno in cui debutta su Comingsoon.it questo blog, ecco che online appare il primo trailer esteso di Rubber, il bizzarro film di Quentin Dupieux che racconta di un pneumatico solitario e vagabondo che uccide le persone grazie ai suoi poteri psichici.

Mi pareva quindi doveroso intitolare questo primo post con la tagline del film, che dopo aver debutatto con successo alla Semaine de la critique di Cannes, uscirà nelle sale americane il prossimo 1° aprile. Perché da queste parti siamo stanchi delle cose attese, prevedibili, preconfezionate, standardizzate. Specie al cinema e parlando di cinema e pensando al cinema: tanto nel mainstream quanto nel bastiancontrarismo a tutti i costi. E speriamo che lo siate anche voi.

Magari Rubber si rivelerà una grandissima delusione, ma non importa. Parlare ora, qui, di quel film, non significa esaltarlo in quanto tale ma far lasciare a quel pneumatico un'impronta e una traccia che siano auspicio d'indipendenza, personalità e allegra scorrettezza.

 

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Un blog di Federico Gironi

“Its origin and purpose are still a total mystery.”


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