In Cile No, in Italia Boh

by Federico Gironi 8. maggio 2013 20:21

Uno guarda un (gran bel) film come No, oggi, e gli viene da mettersi ancor di più le mani nei capelli.
E mica solo perché oggi vedere gran bei film è difficile, e questo è arrivato in sala con mesi di ritardo rispetto ad altri paesi, e in Italia non si fanno film così.

Il fatto è che, al di là di ogni implicazione filmica, artistica o perfino politica, il lavoro di Larrain è anche un manuale di tecniche mediatiche e di comunicazione.
E, certo, oggi forse quelle campagne comunque innovative messe in piedi per sostenere il "No" nel referendum su Pinochet sembrano in parte ingenue.
Ma poi si guarda indietro.
E ci si accorge che solo qualche mese fa, nell’Italia del 2013 e non nel Cile del 1988, la punta di diamante della campagna di comunicazione della formazione politica che ha vergognosamente perso delle elezioni che gli erano state offerte su di un piatto d’argento era il tormentone “Lo smacchiamo”, magnificamente esaltato (si fa per dire) da uno storico spot ideato dai volponi di YouDem che è ancora è su YouTube per esporsi con sprezzo della vergogna al pubblico ludibrio.



Di tutte queste cose ha scritto (bene e con equilibrio) Paola Casella, proprio sul giornale di quel partito lì, Europa.
Casella, mi pare di capire, la pensa come me anche riguardo a certi nomi “nuovi” del panorama politico contemporaneo che pensano basti partecipare ad una puntata di “Amici” o fare i giovanilisti filo americani col mito (tutto comunicativo) di Obama per superare i rivali sul loro stesso terreno.

La questione, però, non è unicamente mediatica e comunicativa, e Larrain lo spiega benissimo attraverso i tanti passaggi e le dolci ma risolute maturazioni interiori di cui il personaggio di Gael Garcia Bernal si rende protagonista. E, soprattutto, attraverso una sequenza finale, forse generalmente sottovalutata, che getta un velo di amarezza sulla legittima esaltazione per un difficile ma vittorioso percorso trionfale.

La progressiva presa di coscienza politica da parte di un giovane e smaliziato pubblicitario che è dedito solo al suo lavoro, infatti, non ha solo una valenza drammaturgica, ma sottolinea un problema etico di non facile risolvibilità.
Perché se con i suoi metodi, potenziati dai benefici stereoidi dei contenuti, riesce a vincere la battaglia (pubblicitaria prima ancora che politica), nel momento del ritorno ad una quotidianità professionale svuotata di contenuti e di etica, che ripete esattamente quel che aveva ripetuto in contesti del tutto diversi (“in linea con l’attuale contesto sociale”, ripete), ecco che si affaccia inquietante l’ombra di una impasse: politica in senso intimo e collettivo, prima ancora che pubblicitaria.

Il messaggio più importante e contemporaneo di Larrain è quindi forse proprio questo: che vinca una parte politica o l’altra, grazie ad una maggiore o minore abilità comunicativa, la vittoria rischia di rivelarsi effimera o perlomeno amara in assenza di una rivoluzione etica che spinga veramente a “guardare verso il futuro”.
Una mutazione sociale e antropologica profonda che dalle coscienze dei singoli parta per un contagio virale che ne tocchi le loro attività familiari, professionali, pubbliche fino a farsi nuova etica collettiva per un futuro stabilmente e organicamente migliore.

Quella rivoluzione e quella mutazione che, negli ultimi sessant’anni, questo paese ha mancato in quasi ogni occasione propizia.


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Contro il Concertone del Primo Maggio

by Federico Gironi 2. maggio 2013 12:01

Ieri, in preda allo sconforto, ho twittato questo:

Il fatto è che io il Concertone del Primo Maggio lo detesto.

“Eh, stai diventando vecchio”, direte voi.
E no, e mica è così semplice: ché io vecchio lo son già, sono orgogliosissimo dei miei capelli e della mia barba sale e pepe e il Concertone lo avevo poco in simpatia anche quando ero ggiovane.

“Hai il dente avvelenato perché ti hanno rimosso il motorino e lo sei dovuto andare a recuperare dall’altra parte di Roma”, ribatterete.
Ammetto che il fatto ha contribuito ad aumentare il mio fastidio, ma le mie obiezioni non hanno nulla a che fare con questo.
Le mie obiezioni hanno a che fare con il Concertone del Primo Maggio come simbolo di degrado e di luci fosche proiettate verso il futuro.
Andiamo per gradi.

Prima di tutto abbiamo a che fare con un evento oramai svuotato da ogni significato sociale e politico, frequentato da persone che della Festa del Lavoro se ne fregano abbastanza e organizzato da sindacati che, proprio negli anni in cui sarebbe fondamentale il loro ruolo, fanno fatica ad avere il polso della situazione presente e continuano a recitare miopi parole d’ordine novecentesche in buona parte, quando non del tutto, inadatte a tutelare i soggetti in un panorama lavorativo completamente (tra)sfigurato rispetto ad un paio di decenni fa.

La line-up artistica del Concertone, in qualche modo, rispecchia l’anacronismo e la fatica a capire l’oggi di chi lo organizza (l’affaire FabriFibra ne è stata l’ennesima conferma), e alla fine sembra poco più (o poco meno) di un’appendice sanremese ancor più nazional popolare, dove l’evento mediatico e televisivo, oramai centrale nel pensiero di chi ha la direzione artistica, s’incrocia perversamente con le dinamiche da sagra paesana che si attuano in loco.
E questo ci porta direttamente al secondo aspetto della questione.

Perché purtroppo il Concertone è popolato da una generazione ancora convinta che l’essere di sinistra (in senso parlamentare o antagonista) e il festeggiare il Primo Maggio a Roma significhi necessariamente sbracare al punto tale da trasformarsi in occasionali punkabbestia  senza avere almeno la coerenza ideologica di questi ultimi.

Già dalle prime ore del mattino, per le strade attorno a Piazza San Giovanni, ci si imbatte in giovani ubriachi e stravolti, e col passare delle ore un bellissimo quartiere romano viene massacrato senza ritegno da gente che vomita sui marciapiedi, fa pipì sui portoni, sviene in mezzo alla strada mentre altri ne approfittano per sfilargli di tasca cellulare e portafogli.
A raccontarmi la scena, realmente accaduta, sono stati i due bambini di un vicino di casa, che rientravano nel palazzo con gli occhi sgranati dicendo “ma qui fuori sono tutti ubriachi”.

Insomma, lo spettacolo offerto dal pubblico di Piazza San Giovanni non è di certo edificante, e dovrebbe far pensare chi ancora s’illude che il Concertone sia importante ideologicamente.
Perché, diciamoci la verità, il 90% dei suoi frequentatori della Festa del Lavoro se ne frega abbastanza, visto che va ancora a scuola o il lavoro l’ha frequentato solo occasionalmente.
Chi lavora, e vorrebbe festeggiare in pace, sono gli abitanti di un quartiere messo sotto assedio, adulti e bambini, impossibilitati a riposare o a chiudere occhio fino all’una di notte da un concerto che sarebbe oramai sacrosanto venisse spostato in aree meno urbane.
Non mi risulta infatti che sarebbe tollerato dall’amministrazione comunale un concerto, che so, dei Rolling Stones a San Giovanni con volumi elevatissimi fino a tarda notte. Mi risulta esistano ordinanze sui decibel e sugli orari: giuste o sbagliate che siano, le rispetti anche il Concertone.

E se in casa non riposi, per strada è ancora peggio.
Sono passati quasi 25 anni e ancora ce la menano col casino lasciato dopo il concerto dei Pink Floyd a Venezia, mentre ogni anno Roma tollera uno spettacolo molto meno decoroso per far ascoltare Nicola Piovani, Max Gazzé e gli Africa Unite.
Una cosa però bisogna dirla: al mattino l’AMA fa trovare le strade più pulite dell’anno, a San Giovanni.
Certo, questa è una capacità tutta italiana: produrre oscenità e immondizia e poi nasconderla abilmente per far finta che non sia successo nulla. Ma l’odore di pipì, per le strade, rimane, indelebile prova dello scempio che si è consumato.

Il giorno in cui i sindacati sapranno ripensare la formula e i luoghi del Concertone, il giorno in cui apriranno gli occhi su quanto sia diventato vuoto e il giorno in cui la sinistra riconoscerà come un valore l’educazione al rispetto e la dignita di sé delle sue generazioni più giovani, invece di tollerarne la violazione in nome di un miope libertarismo, sarà forse in giorno in cui questo paese potrà finalmente avere un governo progressista, riformista, proiettato al futuro.

 

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Secret Ballot

by Federico Gironi 24. febbraio 2013 12:37

- Oh, ma ci sono gli Oscar, che fai, non scrivi qualcosa?
- Ma è come tutti gli anni,  lo sai che i premi non mi interessano. Mica li danno a me.
- Ho capito ma così poi dicono che sei snob.
- Eh.
- Ma nemmeno i pronostici?
- Li fa già quell’altro, che si diverte.
- Sì, ma i tuoi preferiti…
- E quali vuoi che siano i miei preferiti? Si sa no? Di quei film ho scritto.
- Vabbè però insomma…
- Eh insomma. Insomma speriamo bene.
- Per i tuoi candidati?
- E certo, qui stiamo messi male. Il mondo ci guarda.
- Il mondo? A noi?
- Il mondo. Ci guarda.
- Ma scusa, guarderà gli Oscar, il mondo.
- Ah, io no. Non ho Sky. E pure se l’avessi, è una tal noia.
- Sì, ma lo spettacolo, gli abiti, le battute, le commozioni, i discorsi…
- No, discorsi non si può.
- Come non si può?
- Dalle dieci dell’altra sera. Nonostante uno mi abbia sforato sotto casa e un altro abbia fatto come al solito come gli pare.
- Ma scusa di che parli?
- Che poi tanto rischiamo che tra tre mesi siamo da capo a dodici.
- Tra tre mesi? Ma dici di Cannes?
- Ma quale Cannes? Questo è blog perbene, mica parliamo di droghe leggere, qui.
- Leggere? Mi sa che te te ne fai di pesanti.
- No, per quelle aspetto eventualmente lunedì pomeriggio.
- Ma scusa, i risultati si sapranno già domattina presto. Che fai? Non assumi prima delle cinque? E poi alla fine son film, eh, mica c’è da esagerare.
- Lo vedi? È questo qualunquismo che ci uccide. “Sono solo film, sono tutti uguali, uno vale l’altro”…
- Ma io veramente…
- No guarda, basta. Ora ho anche da fare.
- Vabbè. Io allora vado a votare.
- Bravo. Vai. E mi raccomando.

 

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Facezie

Auguri Michael. Firmato: Napo Orso Capo

by Federico Gironi 5. febbraio 2013 15:45

Oggi è il compleanno di uno dei più grandi registi viventi.
No, questa volta non sto parlando di Werner Herzog, ma di Michael Mann.

Michael Mann oggi compie 70 anni.
Di questi, circa 35, più o meno, sono stati dedicati al cinema.
E da Thief, del 1981, all’ultimo Nemico pubblico, del 2009, ha girato film che sono uno meglio dell’altro.
Per non parlare poi del lavoro fatto sulle serie tv, da Miami Vice a Luck.

Sul come e sul perché non mi dilungo troppo, che se amate il cinema e leggete queste righe dovreste saperlo anche voi.
Come sapete sicuramente che per due volte Mann ha diretto uno dei migliori attori viventi, Al Pacino: la prima in Heat, la seconda in Insider.
Pacino, Mann l’ha fatto strillare, ovvio. Ma non solo. Gli ha fatto fare delle cose incredibili in silenzio.
Come quelle che fa in questa scena qui, che rubo dal fan club online di un caro amico, ottimo critico e forse massima autorità manniana in Italia.



Ecco.
Chissà se queste cose qui a Pacino è stato capace di fargliele fare anche David Mamet.
Perché oggi, che è il 70° compleanno di Michael Mann, è anche il giorno in cui ha fatto la sua apparizione online il primo trailer vero e proprio di un film HBO diretto da Mamet e interpretato da Al Pacino che s’intitola Phil Spector.

Ora, se siete anche un minimo appassionati di musica, al nome Phil Spector associate immediatamente il cosiddetto "Wall of Sound", ovvero quella tecnica da Spector inventata e applicata con alcuni dei più grandi musicisti della musica pop e rock e che l’ha reso uno dei più noti e potenti produttori musicali di tutti i tempi.
Magari in molti farete più fatica a legare il nome di Spector a molte sue stranezze ma soprattutto a quello di Lana Clarckson, una giovane ragazza trovata morta nella villa del produttore per il cui omicidio il nostro è stato condannato all’ergastolo. 
Ecco, Phil Spector scritto e diretto da Mamet e interpretato da Pacino racconta quella storia lì. E questo è il suo primo trailer.

Chissà cosa ne pensa Michael Mann.
Del film e di quei capelli di Pacino/Spector, quelli della foto lì in alto, quelli che lo fanno sembrare Napo Orso Capo.



Napo Orso Capo.
Un personaggio leggendario.
In sé, e per via della chiusura di questo pezzo che, per quanto mi riguarda, rimarrà nella storia della comicità e della satira italiane per decenni a venire.


 

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Da Star Wars a Filofax, passando per John D. Barrow

by Federico Gironi 25. gennaio 2013 11:08

Mi alzo, stamattina, e la notizia del giorno mi rimbalza addosso da ogni dove.
Oddio, in realtà ne avevo anche letto prima di andare a dormire, ma per ragioni letterarie facciamo finta che non sia così.

Dicevo.

Mi alzo, stamattina, e la e la notizia del giorno mi rimbalza addosso da ogni dove: J.J. Abrams dirigerà il nuovo film di Star Wars.
Mi affretto a pubblicare la cosa sul nostro sito, mi preparo, esco di casa per arrivare in ufficio.
E, ascoltando in auto quell’ottima trasmissione che è Pagina Tre su Radio Tre Rai (dovreste tutti ascoltarla un po’ più spesso; perché comunque l’ascoltate, almeno ogni tanto, vero?), sono stato colpito da una di quelle coincidenze significative che han fatto la felicità degli junghiani.

Da Nel giorno in cui si ufficializza il nome del regista del nuovo capitolo della più grande e amata saga di fantascienza della storia del cinema, ecco che a pag. 43 di Repubblica, mi racconta Pagina Tre, c’è un articolo di John D. Barrow sulla vita extraterrestre.
John D. Barrow è uno che ne sa a pacchi e, sintetizzo, nel suo articolo spiega che nella sola nostra galassia esistono 17 miliardi di pianeti simili alla Terra che, quindi, potrebbero ospitare la vita. E parla poi dei come e dei perché forme di vita extraterrestre potenzialmente esistenti non si siano finora mai rivelate a noi.
Una delle ipotesi è che ci considerano troppo noiosi: il che, specie considerando il grosso del cinema che produciamo e guardiamo, potrebbe essere vero.
Un’altra, assai affascinante, parla delle nanotecnologie e contrappone all’immaginario alla Independence Day l’idea di uno scouting alieno sul nostro pianeta messo in atto segretamente attraverso sonde o navi di dimensione molecolare.

Ci voleva uno scienziato (e gli scienziati, quelli seri, sono i punk del Terzo Millennio, altro che i simpatici nerd di Big Bang Theory, che a lungo andare han fatto più danni che altro) per gettare lì in una frase un’idea in grado di ribaltare un immaginario e aprire infinite nuove prospettive.
Ecco.
Chissà se J. J. Abrams, sul quale ho un atteggiamento assai laico, avrà la capacità di ribaltare un immaginario, pur rispettandolo, e di aprire infinite nuove prospettive.
Spero che l’Abrams al lavoro su Star Wars possa essere quello di Cloverfield, del primo Star Trek o di alcune intuizioni di Fringe, in parte quello di Super 8. Magari ancora più radicale nella sua iconoclastia.
E meno quello di Lost o Mission: Impossible.

Comunque stamane, rileggendomi la sua filmografia, ho scoperto una cosa che ha fatto guadagnare qualche punto a mr. Abrams: la sua prima sceneggiatura è stata quella di Filofax, un’agenda che vale un tesoro.
Ve la ricordate? Una commediaccia del 1990 con ancora entrambi i piedi negli anni Ottanta, col Belushi sfigato, con Charles Grodin e una Loryn Locklin dal taglio di capelli sbarazzino e il bikini facile.
Una zozzeriola. Alla quale però ero stranamente e perversamente affezionato.
Abbiamo tutti i nostri scheletri nell'armadio.
Anche J. J. Abrams.

Comunque, parlando di anni Ottanta, scienza e fantascienza, ho deciso di salutarvi così:

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Cinema & politica - scena e retroscena

by Federico Gironi 18. gennaio 2013 15:46

Negli anni in cui la forbice economica, sociale, politica e culturale tra le elite che detengono il potere e il resto della popolazione, nel periodo storico in cui, per auto definizione, un 99% si contrappone all’1%, colpisce come il cinema abbia voluto spesso e volentieri raccontare proprio i potenti del pianeta. E di raccontarli svelandone il privato, illuminandone più gli aspetti personali che non quelli politici.
Provo ad elencare in maniera disordinata e a memoria: The Queen, Frost/Nixon, The Iron Lady, The Lady, I due presidenti, A Royal Weekend, Il discorso del Re. Ma anche J. Edgar, W., il nostro Il Divo.

L’impressione è che il cinema (come visto non unicamente quello hollywoodiano) abbia mutuato dalle più recenti tendenze giornalistiche la passione un po’ pruriginosa per il privato dei grandi nomi della politica, ma declinandola  in versione più (psico)analitica, lontana dallo scandalismo da tabloid ma attenta nello svelare le ragioni profonde di un carattere e, quindi, di un agire politico.
In questo senso si spiegano ad esempio operazioni come quelle di un W. o di The Iron Lady, film diretti da registi indubbiamente lontani dalle idee politiche dei personaggi che raccontano ma caratterizzati da una profonda ed innegabile empatia umana per loro.

La parola chiave, quindi, di questo cinema profondamente politico ma spesso lontano dalla rabbiosa denuncia così come dalla banale agiografia,appare essere “umanizzazione”.
Non per assolvere, anzi.
Mostrando l’umanità comune dei grandi della Storia, il Cinema aiuta il pubblico (che è l’elettorato, che è la Società, che è il popolo) a ridurre virtualmente e praticamente la forbice che lo separa dal potere.
Perché se quelli lì, mitizzati e resi quasi ultraterreni da sé stessi e dal sistema mediatico che li rappresenta, sono donne e uomini come noi, cade il timore reverenziale, e sono più facilmente apprezzabili o rimovibili dalla loro posizione. Giudicabili, e ridimensionati a personaggi che svolgono un lavoro che dovrebbe essere mirato al bene comune.

C’è già chi ha già capito che l’umanizzazione della propria figura, in maniera non retorica e propagandistica, è centrale e potenzialmente utile ad un successo politico: il backstage fotografico della vita della famiglia Obama alla Casa Bianca ne è forse l’esempio migliore.
Ma, parlando di Casa Bianca, ecco che però a sparigliare le carte e mettere qualche puntino sulle "i" arriva Steven Spielberg con il suo Lincoln: un film dove il lato privato è quello debole, e dove si riafferma (senza alcuna mitizzazione) il primato della politica come pratica e rigore.

Perché umanizzazione sì, giustificazionismo acritico no.
Perché, proprio in quanto esseri umani demitizzati, i politici devono comunque essere (da noi) giudicati per il loro agire politico, e non per i vizi e le virtù private.
Perché all’umanizzazione va affiancata una gestione e una pratica del potere politicamente valida e coerente.

E ancora una volta, Obama sembra aver capito anche questo.

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Werner is my hero

by Federico Gironi 2. gennaio 2013 15:12

A parte perché andare a vedere dei film e poi scrivere quel che ne penso è (anche) il mio lavoro, a vedere Jack Reacher ci sono andato per un motivo ben preciso.
Che, di certo, non è Tom Cruise.
Né, la pur apprezzabile Rosamund Pike, né tantomeno Christopher McQuarrie.
A vedere Jack Reacher ci sono andato perché c’è Werner Herzog che fa il cattivo.

Werner Herzog non è solo uno dei più grandi registi viventi.
È anche un uomo dall’insolito umorismo e dall’anomala simpatia, un uomo che vive di un’immagine pubblica costruita su una vita avventurosa e una straordinaria anedottica che pare finta (ma non lo è) per quanto è incredibile.
Così, senza starci su a pensare troppo, basterebbe pensare alla "camminata" fatta da Monaco a Parigi per andare a trovare un’amica gravemente malata nella convinzione che finché fosse rimasto in marcia lei non sarebbe morta (e poi l'amica è guarita), le litigate e i fucili puntati contro Klaus Kinski, l’essere stato obiettivo di un cecchino armato di un fucile ad aria nel corso di un’intervista e tanto altro ancora.

Su questo suo personaggio stoico, ruvido e larger than life, così come sulla sua inconfondibile parlata inglese dal forte e spigoloso accento tedesco, Herzog ha spesso e volentieri giocato con grande autoironia.
Non solo, ad esempio, prestandosi a leggere in pubblico un insolito libro per bambini ma anche in molte delle occasioni nelle quali ha recitato come attore per amici o colleghi.
Soprattutto in anni recenti.

Il villian glaciale, silenzioso, spietato e quasi de-umanizzato di Jack Reacher (di cui non parlo troppo per non incorrere nelle ire degli allarmisti dello spoiler) è un esempio perfetto di come Herzog, con grandi intelligenza e malizia, sappia giocare con la sua immagine.
E allora, a questo proposito, vorrei ricordare il film che forse più di tutti può rappresentare un’epifania, una subitanea, sorprendente e rapida rivelazione del Werner Herzog uomo e del Werner Herzog autore e regista.
S’intitola Incident at Loch Ness, ed è un mockumentary (uno dei primi, precursore della moda poi dilagata oltremodo) che vidi al Ravenna Nightmare Film Fest di molti anni fa: penso fosse il 2004.

Diretto da Zak Penn, sceneggiatore di Last Action Hero, di molti recenti cinecomic e soggettista di The Avengers con Joss Whedon, il film raccontava dello stesso Penn che coinvolgeva Herzog nella realizzazione di un documentario sul mostro di Loch Ness: e mentre il tedesco entrava in modalità epica, Penn cercava con dei trucchetti di rendere il film appetibile per il gusto del pubblico dei blockbuster; fino all’inevitabile sopresa che sparigliava le carte.

Interpretato anche dalla ex playmate Kitana Baker e da un altro geniale fuori di testa del mondo del cinema, Crispin Glover, Incident at Loch Ness è un filmino divertente che rivela su Herzog molto più di tante pagine o di tante interviste, che ne mette in mostra l’ironia, il disincanto e la straordinaria consapevolezza.
Se vi capita - prima, dopo (o anche al posto) di Jack Reacher - recuperatelo.
Ne vale la pena.



 

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Vorrei vivere in un film di Wes Anderson

by Federico Gironi 5. dicembre 2012 12:20

Tra i registi che si sono imposti all’attenzione del pubblico di tutto il mondo in questo primo squarcio di Terzo Millennio, è forse Wes Anderson quello ad aver mostrato la cifra più personale e riconoscibile.
Texano di nascita, ma newyorchese d’azione (anche e soprattutto dal punto di vista dello spirito letterario e cinematografico), Anderson è diventato in una manciata di film il punto di riferimento di una generazione senza riferimenti, il cantore di un mondo indie che ha trovato nel suo essere obliquo e bizzarro la sua chiave identitaria, l’eroe di coloro i quali hanno fatto della “quirkness”, della stranezza un po’ stralunata e sospesa, il loro stile di vita.
Di qui, però, a dire che l’americano è solo un regista fighetto e furbetto, icona di un mondo alternativo snob, evoluzione del radical-chic e nemmeno tanto segretamente aspitante ad un’egemonia che sa tanto di mainstream, ce ne passa. Perché se è vero che Wes Anderson è una bandiera degli hipster, lo è perché ne mette in scena le istanze più nobili.
Ed è altrettanto vero che, con il cinema che ha prodotto finora - compatto e coerente, eppure assai più sfumato e diversificato al suo interno di quel che può apparire in prima battuta - Wes Anderson ha dimostrato di essere oggi (per gli hipster come per il pubblico di tutti i giorni) quel che Woody Allen è stato, in termini di personalità e lettura del suo presente e della sua cultura di riferimento a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.

A sintetizzare con precisione quelli che sono i marchi di fabbrica del cinema di Wes Anderson, più di tanti saggi o recensioni, è stato il testo di una canzone intitolata proprio al regista.
Una canzone di una band (non a caso) molto indie e molto hipster come I Cani; una canzone che, con l’eccezione di riferimenti non da poco, come quelli alla famiglia o ai padri, contiene davvero quasi tutta la cosmogonia di Anderson: dai personaggi idiosincratici e (più) simpatici alle inquadrature simmetriche, dalla tenerezza sentimentale ai finali agrodolci, dall’attenzione alla colonna sonora ai ralety di “quando scendi dal treno”, passando per i cattivi che non sono cattivi (davvero) e i fratelli che non sono nemici (davvero).

Tutto questo, ma proprio tutto, è anche dentro Moonrise Kingdom.
Ma lo è in modo diverso dagli altri film di Anderson. Ancor più diverso di quanto non fossero, gli uni da gli altri, I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Rushmore e Fantastic Mr. Fox, Un colpo da dilettanti e Il treno per il Darjeeling.
Vuoi per l’ambientazione in un’isola aspra e immaginaria del New England, vuoi per il clima autunnale, vuoi per il fatto di raccontare, primariamente, la storia d’amore tra due personaggi (due dodicenni), vuoi per una ulteriore maturazione cinematografica del suo autore, Moonrise Kingdom è l’ennesima variazione d’autore su un tema estetico e narrativo che viene asciugato e portato all’essenziale. E, di conseguenza, amplificato e rinnovato.
In altre parole: rinunciando o smorzando alcuni dei suoi vezzi e dei suoi marchi di fabbrica registici, Wes Anderson è stato capace di essere ancora più efficace nel veicolare quella wesandersonianetà capace di toccare il cuore di chi guarda con un sentimentalismo mai smielato, con un umorismo surreale e lunare, con un’amarezza composta e mai davvero pessimista.

Non nuovo alla presenza di personaggi molto giovani nei suoi film (e anche narratore di adulti mai realmente cresciuti, così come di bambini dalla straordinaria maturità), Wes Anderson ha scovato due bravissimi ed intensi esordienti, Kara Hayward e Jared Gilman, cui affidare le parti di Suzy e Sam, i dodicenni al centro della tenera tempesta sentimentale che è motore di tutte le vicende del film e metaforicamente rispecchiata da un uragano che agita e purifica biblicamente il finale (rigorosamente agrodolce).

Ma, coerentemente con la sua confessa visione teatrale del fare e vivere il cinema, per il resto dei ruoli e dei collaboratori Anderson si è appoggiato a quella che appare essere, più che una “compagnia teatrale”, una vera e propria famiglia allargata che rispecchia quelle complesse, esplose, necessarie e agognate, che si muovono immancabilmente all’interno dei suoi film.
Al fianco del regista, in sede di sceneggiatura, agli Owen Wilson e ai Noah Baumbach è subentrato Roman Coppola, che non è soltanto già stato co-sceneggiatore de Il treno per il Darjeeling ma è anche un vecchio amico di Anderson e il cugino di uno dei suoi attori di riferimento, Jason Schwartzman.
Che, ovviamente, ha un ruolo nel film come lo ha l’immancabile e sempre impeccabile Bill Murray, in questo caso imperdibile anche per via dei completi sfoggiati: su tutti, dei pantaloni di tartan dalle improbabili tonalità.
A bordo del suo Belafonte cinematografico, però, questa volta Anderson ha voluto anche nuovi membri di un equipaggio in costante evoluzione: e con l’aiuto di volti già intrinsecamente andersoniani come quelli di Tilda Swinton, Bob Balaban e Frances McDorman, o di altri anomali, spiazzanti ma perfettamente calzanti come quelli di Bruce Willis, Harvey Keitel o Edward Norton, il regista è stato in grado di affrontare mari inesplorati tenendo ben dritta la barra della sua identità e della sua coerenza.

Allora è forse proprio a Le avventure acquatiche di Steve Zissou, che questo Moonrise Kingdom assomiglia maggiormente, nonostante i due film parlino di amori diversi (eppure così identici), e nonostante da un lato ci siano la rilettura in chiave bossa nova di David Bowie e i Sigur Rós, e dall’altro le composizioni sinfoniche di Benjamin Britten e Françoise Hardy.
Perché in fondo l’amour fou, puro e irrazionale, di Suzy e Sam, fail paio con la dolenza sentimentale e l’ossessione di caccia di quel capitano Acab in versione oddball; perché comunque si parla della necessità di ritrovarsi che si compie solo ritrovando qualcosa o qualcuno: che si tratti di una coppia di ragazzini fuggiaschi, innamorati e testardi, o di un fantomatico, simbolico e sfuggente squalo giaguaro.
Ma, soprattutto, perché sono i due film di Wes Anderson nei quali, ancor più che negli altri, si compie quel piccolo miracolo di sintesi tra commozione e riso, speranza e rassegnazione, che il regista americano è tanto eccentricamente in grado di raggiungere, toccando corde profondissime sfiorando con apparente nonchalance ed evidente leggerezza pochi tasti, tanto essenziali quanto insoliti e sorprendenti.

Non sarà forse per tutti, il modo di essere diversamente sentimentale di Wes Anderson, né sarà per tutti uno sguardo sul mondo che non è né realista né deformante, ma solo interprete di un punto di vista orgogliosamente insolito e anacronisticamente contemporaneo, tanto modestamente personale da risultare paradossalmente e potenzialmente universale.
Ma per coloro che hanno le corde del cuore accordate con le tumultuose passioni emotive, le saghe e i ricongiungimenti familiari, le idiosincratiche ribellioni, le fughe e le missioni impossibili che racconta l’americano, davvero non si potrebbe fare altro che desiderare di vivere in un film di Wes Anderson.
Che sia la New York salingeriana dei Tenenbaum o l’India coloratissima attraversata dai fratelli Whitman, il ponte post-hippie di un Pequod in acido o un bosco popolato da scaltre e vanesie volpi, un college da sconvolgere con una malinconica ribellione o una camera d’albergo parigina da riempire di struggimento amoroso.

Se poi, alla fine, partono anche i Kinks, è tanto di guadagnato.

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The Italian Game

by Federico Gironi 10. novembre 2012 14:16

Oggi al Festival di Roma sono in programma due bei film italiani.
Il primo è Alì ha gli occhi azzurri, di Claudio Giovannesi; il secondo La scoperta dell'alba di Susanna Nicchiarelli.
Cosa ne penso nel dettaglio, dell'uno e dell'altro, lo potete leggere nel solito posto.

Se avrete voglia di andare a vedere del film della Nicchiarelli, scoprirete che per me è centrale il modo con cui la regista romana (ri)legge, anche attraverso l'estetica e l'uso del cosiddetto vintage, la Storia recente del nostro paese.

E allora mi è venuto in mente di segnalare un tumblr che fa da qualche tempo la stessa operazione.
Si chiama The Italian Game (il perché lo scoprite cliccandoci sopra) ed è stato creato da Ivan Carozzi.

So che ne ha parlato prima di me Enrico Deaglio, e che poi il tumblr è stato pubblicizzato anche dal Post.
Ma mi sembrava interessante sottolineare anche in questa sede un'operazione interessante e intelligente, che, come il film della Nicchiarelli, raccoglie e documenta, con sprezzo del pericolo e della contaminazione tutto pop, uno ieri complesso eppure così vicino all'oggi che viviamo.
O, comunque, fondamentale per comprenderlo.
Come forse è il film di Giovannesi.

Cosa?
Non sapete cosa sia un tumblr?
Continuiamo così, facciamoci del male.

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Un anno dopo

by Federico Gironi 9. novembre 2012 15:23

Poco più di un anno fa, il mio ultimo post relativo al Festival di Roma del 2011 era stato questo.
Un post dove affermavo ironicamente di saperci vedere lungo, a volerlo, e che si è rivelato involontariamente divinatorio.

In quel post dicevo che potevo avere un futuro come selezionatore di qualche festival.
E, qualche mese dopo, sono stato chiamato dal Festival di Torino a fare proprio quel lavoro lì.

In quel post accennavo ad un possibile cambio della guardia alla direzione della manifestazione romana, e sappiamo un po' tutti quello che è accaduto.

Ecco.
Proprio perché selezionatore del Festival di Torino e proprio perché tra Roma e Torino quest'anno è accaduto quel che è accaduto, difficilmente quest'anno mi potrò permettere le ironie sulla manifestazione che mi potevo concedere lo scorso anno.
Del Festival di Roma 2012 parlerò solo ed esclusicamente riguardo il cinema, i film, attraverso le recensioni che troverete elencate qui.
Mentre in questo spazio cercherò di inserire quel poco di commentabile senza dare adito a polemiche o sospetti, selezionato nel già ristretto novero di eventi extra cinematografici che la routine di un festival (di qualsiasi festival) mette a disposizione.

Qualche quadretto di vita quotidiana, qualche riflessione colta o faceta, qualche immagine rubata.
Non vi struggete troppo, quindi, se non troverete in questo spazio cronache intense e prolisse.
C'è sempre lo spazio di quello che lavora con me.

 

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“Its origin and purpose are still a total mystery.”


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