Tra i registi che si sono imposti all’attenzione del pubblico di tutto il mondo in questo primo squarcio di Terzo Millennio, è forse Wes Anderson quello ad aver mostrato la cifra più personale e riconoscibile.
Texano di nascita, ma newyorchese d’azione (anche e soprattutto dal punto di vista dello spirito letterario e cinematografico), Anderson è diventato in una manciata di film il punto di riferimento di una generazione senza riferimenti, il cantore di un mondo indie che ha trovato nel suo essere obliquo e bizzarro la sua chiave identitaria, l’eroe di coloro i quali hanno fatto della “quirkness”, della stranezza un po’ stralunata e sospesa, il loro stile di vita.
Di qui, però, a dire che l’americano è solo un regista fighetto e furbetto, icona di un mondo alternativo snob, evoluzione del radical-chic e nemmeno tanto segretamente aspitante ad un’egemonia che sa tanto di mainstream, ce ne passa. Perché se è vero che Wes Anderson è una bandiera degli hipster, lo è perché ne mette in scena le istanze più nobili.
Ed è altrettanto vero che, con il cinema che ha prodotto finora - compatto e coerente, eppure assai più sfumato e diversificato al suo interno di quel che può apparire in prima battuta - Wes Anderson ha dimostrato di essere oggi (per gli hipster come per il pubblico di tutti i giorni) quel che Woody Allen è stato, in termini di personalità e lettura del suo presente e della sua cultura di riferimento a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.
A sintetizzare con precisione quelli che sono i marchi di fabbrica del cinema di Wes Anderson, più di tanti saggi o recensioni, è stato il testo di una canzone intitolata proprio al regista.
Una canzone di una band (non a caso) molto indie e molto hipster come I Cani; una canzone che, con l’eccezione di riferimenti non da poco, come quelli alla famiglia o ai padri, contiene davvero quasi tutta la cosmogonia di Anderson: dai personaggi idiosincratici e (più) simpatici alle inquadrature simmetriche, dalla tenerezza sentimentale ai finali agrodolci, dall’attenzione alla colonna sonora ai ralety di “quando scendi dal treno”, passando per i cattivi che non sono cattivi (davvero) e i fratelli che non sono nemici (davvero).
Tutto questo, ma proprio tutto, è anche dentro Moonrise Kingdom.
Ma lo è in modo diverso dagli altri film di Anderson. Ancor più diverso di quanto non fossero, gli uni da gli altri, I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Rushmore e Fantastic Mr. Fox, Un colpo da dilettanti e Il treno per il Darjeeling.
Vuoi per l’ambientazione in un’isola aspra e immaginaria del New England, vuoi per il clima autunnale, vuoi per il fatto di raccontare, primariamente, la storia d’amore tra due personaggi (due dodicenni), vuoi per una ulteriore maturazione cinematografica del suo autore, Moonrise Kingdom è l’ennesima variazione d’autore su un tema estetico e narrativo che viene asciugato e portato all’essenziale. E, di conseguenza, amplificato e rinnovato.
In altre parole: rinunciando o smorzando alcuni dei suoi vezzi e dei suoi marchi di fabbrica registici, Wes Anderson è stato capace di essere ancora più efficace nel veicolare quella wesandersonianetà capace di toccare il cuore di chi guarda con un sentimentalismo mai smielato, con un umorismo surreale e lunare, con un’amarezza composta e mai davvero pessimista.
Non nuovo alla presenza di personaggi molto giovani nei suoi film (e anche narratore di adulti mai realmente cresciuti, così come di bambini dalla straordinaria maturità), Wes Anderson ha scovato due bravissimi ed intensi esordienti, Kara Hayward e Jared Gilman, cui affidare le parti di Suzy e Sam, i dodicenni al centro della tenera tempesta sentimentale che è motore di tutte le vicende del film e metaforicamente rispecchiata da un uragano che agita e purifica biblicamente il finale (rigorosamente agrodolce).
Ma, coerentemente con la sua confessa visione teatrale del fare e vivere il cinema, per il resto dei ruoli e dei collaboratori Anderson si è appoggiato a quella che appare essere, più che una “compagnia teatrale”, una vera e propria famiglia allargata che rispecchia quelle complesse, esplose, necessarie e agognate, che si muovono immancabilmente all’interno dei suoi film.
Al fianco del regista, in sede di sceneggiatura, agli Owen Wilson e ai Noah Baumbach è subentrato Roman Coppola, che non è soltanto già stato co-sceneggiatore de Il treno per il Darjeeling ma è anche un vecchio amico di Anderson e il cugino di uno dei suoi attori di riferimento, Jason Schwartzman.
Che, ovviamente, ha un ruolo nel film come lo ha l’immancabile e sempre impeccabile Bill Murray, in questo caso imperdibile anche per via dei completi sfoggiati: su tutti, dei pantaloni di tartan dalle improbabili tonalità.
A bordo del suo Belafonte cinematografico, però, questa volta Anderson ha voluto anche nuovi membri di un equipaggio in costante evoluzione: e con l’aiuto di volti già intrinsecamente andersoniani come quelli di Tilda Swinton, Bob Balaban e Frances McDorman, o di altri anomali, spiazzanti ma perfettamente calzanti come quelli di Bruce Willis, Harvey Keitel o Edward Norton, il regista è stato in grado di affrontare mari inesplorati tenendo ben dritta la barra della sua identità e della sua coerenza.
Allora è forse proprio a Le avventure acquatiche di Steve Zissou, che questo Moonrise Kingdom assomiglia maggiormente, nonostante i due film parlino di amori diversi (eppure così identici), e nonostante da un lato ci siano la rilettura in chiave bossa nova di David Bowie e i Sigur Rós, e dall’altro le composizioni sinfoniche di Benjamin Britten e Françoise Hardy.
Perché in fondo l’amour fou, puro e irrazionale, di Suzy e Sam, fail paio con la dolenza sentimentale e l’ossessione di caccia di quel capitano Acab in versione oddball; perché comunque si parla della necessità di ritrovarsi che si compie solo ritrovando qualcosa o qualcuno: che si tratti di una coppia di ragazzini fuggiaschi, innamorati e testardi, o di un fantomatico, simbolico e sfuggente squalo giaguaro.
Ma, soprattutto, perché sono i due film di Wes Anderson nei quali, ancor più che negli altri, si compie quel piccolo miracolo di sintesi tra commozione e riso, speranza e rassegnazione, che il regista americano è tanto eccentricamente in grado di raggiungere, toccando corde profondissime sfiorando con apparente nonchalance ed evidente leggerezza pochi tasti, tanto essenziali quanto insoliti e sorprendenti.
Non sarà forse per tutti, il modo di essere diversamente sentimentale di Wes Anderson, né sarà per tutti uno sguardo sul mondo che non è né realista né deformante, ma solo interprete di un punto di vista orgogliosamente insolito e anacronisticamente contemporaneo, tanto modestamente personale da risultare paradossalmente e potenzialmente universale.
Ma per coloro che hanno le corde del cuore accordate con le tumultuose passioni emotive, le saghe e i ricongiungimenti familiari, le idiosincratiche ribellioni, le fughe e le missioni impossibili che racconta l’americano, davvero non si potrebbe fare altro che desiderare di vivere in un film di Wes Anderson.
Che sia la New York salingeriana dei Tenenbaum o l’India coloratissima attraversata dai fratelli Whitman, il ponte post-hippie di un Pequod in acido o un bosco popolato da scaltre e vanesie volpi, un college da sconvolgere con una malinconica ribellione o una camera d’albergo parigina da riempire di struggimento amoroso.
Se poi, alla fine, partono anche i Kinks, è tanto di guadagnato.