by Federico Gironi
21. maggio 2012 10:36
C'è una cosa che differenzia il Festival di Cannes dagli altri grandi festival internazionali.
Non è il glamour.
Non è la grandeur.
Non è la montée des marches.
È il fatto che la prima proiezione mattutina per la stampa non è programmata alle ore 9 ma alle 8.30.
Poi, le 8.30...
Data la recente ma radicata abitudine di andare in overbooking con i biglietti riservati al mercato e agli inviti speciali, per poter trovare agevolmente posto nella pur vastissima Salle Lumière bisogna arrivarvi perlomeno per le 8.
E le 8 del mattino, vaceva dire Andrew Masterson al suo protagonista Joa Panther nel misconosciuto noir letterario "Gli ultimi giorni", sono l’incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo.
Per carità, non fraintendetemi.
Non mi lamento mica.
Non mi lamento nemmeno della pioggia incessante e del clima novembrino.
Fatto sta che ho sbagliato la valigia, ma non sono stato l'unico.
Le file sotto la pioggia, poi, sono uno spettacolo.
Carico d'adrenalina, visto che c'è sempre qualcuno che rischia di cavarti un occhio con lo spuntone dell'ombrello, mentre i lentissimi cerberi all'ingresso urlano di pazientare con un tono lo scherno e la frustata.
Pare che Dario Argento abbia deciso che il suo prossimo horror 3D parlerà proprio di code sotto la pioggia e di ombrelli assassini.
Alla fine comunque non è che accada nulla di grave.
Si entra in sala un po' umidi, un po' spettinati, ma si entra.
E questi piccoli stress, giorno dopo giorno, aiutano anche a rilassarsi, paradossalmente. A perdere freni inibitori.
Ad esempio in molti hanno ricominciato a gridare "AUULLL!!" ogni volta che appare il logo del Festival in testa.
Perché lo facciano me lo chiedo da quanto frequento Cannes.
E sono sei anni, se non vado errato.
Il tempo passa, invecchio rapidamente.
Nel frattempo oggi in concorso passa Alain Resnais. A proposito di anzianità.
Comunque, e qualcuno vuol darmi lumi, c'è lo spazio commenti apposta.
Su "AUULL!", non sul mio invecchiamento.
Altre note sparse:
Pete Doherty la recitazione dovrebbe lasciarla stare.
Lily Cole, che qualcuno paragona a Ciripiripì Kodak, ha sempre il suo perché.
Ho molta fame.
E un grande in bocca al lupo agli sfollati per il terremoto.
Le mie lamentazioni cercano anche di sdrammatizzare.
by Federico Gironi
17. maggio 2012 14:16

Parlavamo di sale.
In assoluto, penso che la sala dove passo il numero maggiore di ore durante il Festival di Cannes, è la sala stampa.
Un'ora qua, mezz'ora là, alla fine della giornata, tra un film e l'altro, è lì che mi si trova quasi sempre.
Molti amici e colleghi lo sanno, e se mi devono venire a cercare, vengono lì.
Questa mattina, però, nella sala stampa sponsorizzata da un noto operatore di telecomunicazioni francese (quello che ha il nome di un colore, per intederci), si sono vissuti momenti di panico.
Volete sapere come gettare nel panico e nella disperazione una madria di giornalisti?
Facile: toglietegli internet.
Quando la connessione wi-fi che è l'orgoglio del Palais ha iniziato a barcollare vertiginosamente, ne sono successe di tutti i colori.
Gente che cercava di spostarsi da una sedia all'altra in cerca di segnale, altri che imploravano prese di rete, altri ancora che davano in escandescenze mentre il vicino giaceva sconsolato con la testa fra le mani.
Succede, eh, per carità.
Sarà anche la crisi.
Quella stessa crisi per cui le prese elettriche e i posti a sedere, nella suddetta sala stampa, sono diminuiti rispetto allo scorso anno.
La stessa crisi che, con modalità diverse, è ritratta nei film di Audiard e Nasrallah che animano il concorso odierno.
by Federico Gironi
16. maggio 2012 09:25
Di tutte le sale del Festival di Cannes, la Salle Debussy è la mia preferita.
Mi piace la struttura interna, la dimensione (intermedia tra gli spazi enormi della Lumière e quelli raccolti della Bazin o della Buñuel), la comodità delle sedute sia che ci si trovi in platea che in galleria.
Poi, devo ammetterlo, è la mia preferita anche per via del personale di sala.
Lì, e solo lì, vengo puntualmente riconosciuto e salutato con cordiali sorrisi ogni anno da quei tre quattro immancabili personaggi che regolano l'accesso e controllano badge e borse.
E, proiezione dopo proiezione, entrare lì, tra i saluti e i sorrisi, mi mette di buon umore e spesso allevia le fatiche di fine festival.
Però, a fine festival siamo lontanissimi dall'arrivare.
Tecnicamente, mentre scrivo il Festival deve ancora cominciare.
Ma son contento che cominci, per me come per tanti altri, con una proiezione nella Salle Debussy.
Ovvio che sono ancora più contento che il film che aprirà le danze sia l'attesissimo Moonrise Kingdom di Wes Anderson, da tempi non sospetti regista da me molto amato.
Perché, ammettiamolo.
Vorrei vivere in un film di Wes Anderson: inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks.
Buon Festival di Cannes!
by Federico Gironi
2. maggio 2012 15:40
Insomma, sembra che Mel Gibson sarà il villain del sequel di Machete, Machete Kills.
Povero Mel Gibson.
Mi fa un po' pena.
Ché bene, proprio, non sta.
Lui, dopo la registrazione della violenta sfuriata che ha fatto ai danni di Joe Eszterhas (lo sceneggiatore di Flashdance, Basic Instinct e Showgirls), reo di non aver finito il copione del commissionato film su Guida Maccabeo, si è difeso da Jay Leno dicendo che è uno che ha "a little bit of a temper".
E poi lo dicono a me, che ho un brutto carattere.
Vabbè.
Comunque, nonostante stia per uscire nelle sale il suo ultimo film, Viaggio in paradiso, sono passati gli anni d'oro di Arma Letale e la popolarità che ne era conseguita.
Popolarità che fu merito anche, se non soprattutto, proprio di uno sceneggiatore.
Shane Black.
Shane Black è un po' il Woody Allen del buddy cop movie.
Il re delle sceneggiature action moderne, quelle dove l'azione si mischia indissolubilmente alla comicità e alla battuta sarcastica e ficcante.
Pensate ad Arma Letale, appunto. Ma soprattutto al capolavoro L'ultimo boyscout.
O anche a Kiss Kiss Bang Bang.
Shane Black, dopo anni di inattività, è tornato alla ribalta e sta lavorando al copione di Iron Man 3.
Di cui è protagonista un Robert Downey Jr. che, invece, il periodo oscuro della sua vita sembra esserselo messo definitivamente dietro le spalle.
Ora.
C'è un unico film, finora, che abbia visto recitare assieme Mel Gibson e Robert Downey Jr.
S'intitola Air America, e l'ha diretto Roger Spottiswoode nel 1990.
E ha una sceneggiatura che è chiaramente debitrice del lavoro di Shane Black.
Gibson allora era IL divo hollywoodiano e interpretava un ruolo antieroico, quello di un pilota cinico, disilluso e un po' alcoolista.
Downey un giovine di bellissime speranze e faceva il ragazzetto ingenuo che alzava la cresta ma era capace di dar filo da torcere.
Assieme funzionavano benissimo.
Anche grazie ad alcune battute fulminanti, che mi ricordo ancora a memoria.
Ma robe come "I've got a little bit of temper", oggi, chi gliele scrive a Mel Gibson?
by Federico Gironi
30. aprile 2012 13:29
Ci voleva.
Ci voleva che a prendersi l’onere e l’onore di una presa di posizione necessaria e sacrosanta fosse IL critico cinematografico italiano.
Quello diventato sostantivo, con l’articolo.
Quello del dizionario, quello che conoscono tutti.
A onor del vero, certe cose si potevano scrivere prima.
E a onor del vero, non tutto tutto di quel che Paolo Mereghetti ha scritto in questo pezzo pubblicato domenica sul supplemento culturale del Corriere della Sera è totalmente condivisibile.
Specie quando tende un po’ troppo a fare di tutt’erba un fascio parlando di cinema stracult: non a caso suscitando un po’ d’indignazione di alcuni tra quelli che di quel cinema e quelle rassegne si sono occupati in modo diretto.
Ma qui c’entrano anche polemiche vecchie e che non ci riguardano direttamente.
Anche perché guardano a ieri.
Quel che invece va sottolineato (e che importa e ci riguarda) è che il critico più celebre d’Italia, dalle colonne del quotidiano più celebrato d’Italia, ha avuto la forza e il coraggio di scrivere e rivendicare alcuni punti fondamentali per la sopravvivenza di un sistema culturale nel nostro paese e anche per il futuro di un’attività ancora importante ma in crisi esistenziale come quella della critica.
Perché è necessario, fondamentale, a costo di essere bollati come snob o elitisti, dire che inseguire i gusti del pubblico a tutti i costi non è giusto e non è un bene: si pensi al berlusconismo televisivo, per fare un esempio extra cinematografico.
Necessario è dire che inchinarsi sempre e comunque alle leggi del mercato (di questo mercato) non è giusto e non è un bene: e la situazione economico politica che viviamo a livello globale lo grida a pieni polmoni.
Necessario è sottolineare la responsabilità diretta e oggettiva che su certe derive hanno coloro i quali hanno scelto come mestiere un ruolo da mediatore tra un’espressione soggettiva (politica, culturale, artistica) e l’opinione pubblica: giornalisti e critici.
Giornalisti e critici troppo spesso autoridottisi a megafoni dell’ovvio, a ripetitori di quel che altri (magari tanti) vogliono sentirsi dire.
Che hanno abdicato alle incombenze ermeneutiche persino pedagogiche (sì, pedagogiche) che dovrebbero avere per timore di essere additati come coloro che si vogliono mettere in cattedra, ma che in cattedra si mettono a furor di popolo sciorinando solo banalità e ovvietà.
Non mi dilungo oltre nella sterile ripetizione di quel che è stato scritto prima e meglio di me da Mereghetti, ma mi auguro solo che quelle pagine possano aprire dibattito e stimolare riflessioni.
Specialmente nella mia generazione.
Quella troppo spesso lamentosa, che rivendica spazi senza a volte averne titolo o competenze.
Quella che di fronte ad un oggetto filmico diverso non ha altre armi se non l’ironia sul nome esotico o il dileggio dell’ermetismo.
Che non s’interroga, che ragiona solo in termini di noia o successi al box office.
Quella che, pur non priva di contenuti, cede a volte nell’eccesso di fandomismo o di elucubrazioni ultrapop.
Insomma.
Se è vero che la critica deve riflettere su sé stessa, il suo senso e le sue modalità, se – come dice l’amico e collega Alberto Farina - dovrebbe fare un mea culpa sulla sua incapacità di farsi ascoltare dal pubblico, forse dovrebbe iniziare a farlo non dalla sua progressiva autodelegittimazione o dal crescere del suo populismo a buon mercato ma dal recupero cosciente e mai spocchioso o sterilmente snobistico del senso di responsabilità, di un ruolo di guida e indirizzo che non sia beceramente semaforico, della sua natura dialettica bilaterale.
In breve, della sua possibile, legittima e legittimante autorità.
by Federico Gironi
3. aprile 2012 12:16
Un piccolo giallo ha visto nelle ultime ore protagonista il programma del prossimo Festival di Cannes.
Sul sito uffficiale della manifestazione è apparso per qualche minuto, per poi essere subitaneamente ritirato, l'elenco dei film in concorso di quest'anno.
Un errore grossolano? Un pesce d'aprile tardivo?
Dalla Croisette dicono si tratti di una burla, che il programma lo conosce solo Fremaux...
La verità la sapremo solo il 19 aprile, il giorno in cui verà ufficialmente comunicato il programma del Festival.
Nel frattempo, ecco i titoli che componevano la lista apparsa e poi scomparsa:
MOONRISE KINGDOM de Wes Anderson
APRES LA BATAILLE de Yousry Nasrallah
BIG HOUSE de Matteo Garrone
THE BURIAL de Terrence Malick
COSMOPOLIS de David Cronenberg (With Robert¨Pattinson)
DE ROUILLE ET D’OS de Jacques Audiard (French with Marion Cotillard)
ELEFANTE BIANCO de Pablo Trapero
GEBO ET L’OMBRE de Manoel de Oliveira
LE GRAND SOIR de Gustave Kervern et Benoit Delépin
IL EST DIFFICILE D’ETRE UN DIEU d’Alexei Guerman
IN ANOTHER COUNTRY de Hong Sangsoo
THE LAND OF HOPE de Sono Sion
LAURENCE ANYWAYS de Xavier Dolan
A LIAR’s AUTOBIOGRAPHY: THE TRUE STORY OF MONTY PYTHON’S GRAHAM CHAPMAN de Bill Jones, Jeff Simpson et Ben Timlett
MAIN DANS LA MAIN de Valérie Donzelli
THE MASTER de Paul Thomas Anderson
MISHIMA ( titre provisoire ) de Koji Wakamatsu
NO de Pablo Larrain
PIAZZA FONTANA de Marco Tullio Giordana
A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE de Roy Anderson
THE PLACE BEYOND THE PINES de Derek Cianfrance
PROVIZORIU de Cristian Mungiu
RHINOS SEASON de Bahman Ghobadi
STOKER de Park Chan-wook
Ok, era una burla.
Era chiaro.
Ma il gioco di vedere quali di questi titoli saranno davvero in concorso tra poco più di un mese, io lo farei.
by Federico Gironi
29. marzo 2012 12:42
Ora dico una cosa fastidiosa.
Però... Ve l'avevo detto.
Ve l'avevo detto scrivendo questa cosa qui che Romanzo di una strage è uno di quei film che per sua natura era destinato a suscitare grande chiacchiericcio, indignazioni un tanto al chilo.
Non avevo puntualizzato, però, che protagonisti del chiacchiericcio e delle indignazioni sono soprattutto (ove non esclusivamente) appartenenti alla generazione rappresentata nel film.
Insomma, mettendo da parte l'intervista rilasciata da Mario Calabresi per ovvi motivi, all'indomani della presentazione del film alla stampa sono intervenuti prima Adriano Sofri e poi Corrado Stajano.
Oggi Giordana ha risposto piccatino e Stajano ha ribattutto.
Diciamo che al centro della questione c'è la scelta di Giordana di adottare come testo di riferimento il libro (contestato) di Paolo Cucchiarelli, e diciamo che io non mi sento intitolato ad entrare nel merito della questione.
Però posso notare alcune cose, dal basso della mia inadeguatezza storiografica e anagrafica.
Che, se il cinema non deve essere necessariamente storicamente accurato, la sua inaccuratezza diventa non storiografica bensì ideologica, prestando il fianco che Giordana riteneva ingenuamente di avere ben coperto.
Che l'opera di sintesi un po' cerchiobottista (un po' democristiana, suvvia) di Romanzo di una strage, infastidisce giustamente i diretti interessati (e siamo ancora in attesa dell'analisi più diffusa di Sofri, che vorremmo coraggioso e lontano da ogni reticenza) ma è poco interessante proprio per le generazioni più giovani che sia Giordana che Stajano evocano come riferimento.
Perché quello che manca, drammaticamente, al film di Giordana non è un dato storico: è la dialettica col presente.
Nel corso della conferenza stampa romana del film ho provato a sollevare la questione, e Giordana l'ha scansata.
L'ha raccolta, solo, Valerio Mastandrea, e l'ho scritto.
Mastandrea parlava di un senso d'impunità e d'impotenza nato con i fatti raccontati dal film, e che arriva fino ad oggi.
Verissimo.
Ma non se ne esce, da questa sudditanza psicologica, fino a che "la meglio gioventù" non rinuncerà all'imposizione dei suoi ricordi, della sua nostalgia, della sua "verità". Del suo protagonismo.
Stajano sostiene che a Romanzo di una strage manchi la passione e l'intensità di quegli anni.
Probabilmente è vero, perché la voglia di mascherare la nostalgia e il narcisismo di chi ripete sempre "io c'ero" han fatto da sordina.
Per questo, ipocritamente, Giordana si aggrappa ai "fatti" e rinuncia ad ogni forma di astrazione cinematografica capace di farsi concretezza storica e ideologica.
Per questo il film più bello, vero e intenso sulla storia recente italiana è Buongiorno notte.
E per questo, seppur apparentemente più imperfetto e problematico, vale più un Diaz di mille Romanzi di una strage.
by Federico Gironi
22. marzo 2012 12:15

Dai.
Ora non fate subito i maliziosi.
Non sto facendo alcun coming out di presunte attività illegali.
La foto che vedere qui sopra non è quella della mia copia pirata dell'ultimo film di David Fincher.
È quella degli officialissimi e legalissimi DVD di The Girl with the Dragon Tattoo messi in vendita e a noleggio dalla Sony negli Stati Uniti.
Una scelta di design che pare abbia gettato nella confusione più di una società di noleggio.
Che simpatici, quelli della Sony, direte voi.
In fondo l'eroina del film, Lisbeth Salander, è un'agguerritissima hacker, quindi la cosa ha la sua logica. Non ci sono dubbi.
Però si ha come l'impressione che il gesto porti con sé dei significati altri.
Considerati i tempi che stiamo vivendo, e le recenti chiusure di molti dei maggiori siti di filesharing, forse la decisione è più di uno sberleffo ironico, ma potrebbe essere un'inconscia rappresentazione della volontà di imbrigliare, controllare e addirittura cooptare all'interno del tradizionale sistema commerciale il mondo della pirateria audiovisiva.
Però.
Però a parte che la Sony non arriva prima ma seconda e doppiatissima, visto che "Steal this Album dei System of a Down risale a una decina di anni fa.
E poi, ma non gliel'ha detto nessuno che oramai masterizzare è fuori moda, che il supporto fisico è out?
by Federico Gironi
20. marzo 2012 16:07

Mai avrei pensato, nella vita, di dover solidarizzare con Michael Bay.
Il suo cinema mi fa in media abbastanza schifo, non mi pare simpaticissimo e non trovo nemmeno pariticolarmente sexy i suoi spot per Victoria's Secret.
Però è stato vittima del fandom.
E, dopo quanto mi è accaduto di recente per via di qualche riga negativa e un po' ironica su Bel Ami e Robert Pattinson, so che non è una bella cosa.
Diciamoci la verità: se proprio dovessi avere un'opinione in merito, nemmeno sarei felicissimo del fatto che sarà lui a produrre il film che segnerà il ritorno al cinema delle Tartarughe Ninja.
E anche io, ieri, ho assunto un'espressione a punto interrogativo nel leggere che Bay aveva dichiarato che, nel suo film, le suddette tartarughe non saranno frutto di una mutazione ma figlie di una razza aliena.
Però di certo non ho avuto le reazioni isteriche che i fanboy e le fangirl delle TMNT hanno avuto in queste ore.
Gente che è arrivata a dire: "the rape of our childhood memories".
Ha ragione, quindi, Bay, a dirgli "Chill!"
"Dateve 'na calmata", come si dice da queste parti.
Il fandom è un male della società contemporanea.
Un fenomeno da studiare con attenzione e guardare con timore.
Un espressione di fondamentalismo becero che, fatte le debite proporzioni, ha ben poco da invidiare in quanto a ostinazione e chiusura mentale alle derive del tifo calcistico o agli integralismi religiosi.
Io ai fondamentalismi sono sempre stato contrario, così come all'assunzione aprioristica di dogmi di ogni tipo.
Ho sempre preferito il dubbio, la sfumatura.
Il meticciato evolutivo.
L'eresia.
Tranne quando si tratta di cioccolato fondente.
Comunque io l'ultimo film con le Tartarughe Ninja me lo ricordo.
Quello di Kevin Munroe.
L'ho visto col fratello poi diventato filosofo.
Era... divertente.
Diciamo.
Daje Michael. Ce la puoi fare, a far meglio.
Alieni o non alieni.
Tags: michael bay, solidarietà, victoria's secret, tmnt, teenage mutant ninja turtles, tartarughe ninja, fandom, farnboy, fangirl, bel ami, robert pattinson, fondamentalismi, eresia, cioccolato fondente, kevin munroe
Facezie
by Federico Gironi
14. marzo 2012 15:17
Ancora ricorrenze.
Sono privo di stimoli interessanti, che ci volete fare.
Comunque. Oggi è il compleanno di Michael Caine. Compie 79 anni.
Caine recita da quando ne ha circa 23 (parlo dei primi ruoli cinematografici non accreditati), quindi calca i set da più di cinquant'anni.
Se considerate che il titolo di questo post è una sua citazione, si portrebbe pensare che sia un cirrotico all'ultimo stadio, e invece sappiamo tutti benissimo che non è così. Per sua e nostra fortuna.
Di film, in carriera, Caine ne ha fatti innumerevoli.
Ma quando penso a lui, io penso sempre a Gli insospettabili.
Gli insospettabili è un film bellissimo.
A sceneggiare c'era Anthony Shaffer (quello che ha scritto anche Frenzy e The Wicker Man, tanto per capirci) che portava al cinema una sua pièce teatrale.
Alla regia un certo Joseph L. Mankievicz.
E come interpreti, un Caine lanciatissimo e un altro gigante della recitazione inglese come Laurence Olivier.
Se non l'avete visto, vedetelo.
Un rompicapo intellettuale, tesissimo anche dal punto di vista omoerotico, cinico e precisissimo.
L'ha rifatto anche Kenneth Branagh, di recente.
Ma l'unico buon motivo per vedere il remake è proprio lo stesso Michael Caine, che passa di grado anagrafico e veste i panni che allora furono di Olivier, lasciando i suoi in eredità a Jude Law.
Non chiedetemi il perché.
Comunque Gli insospettabili è un film che tarla.
Ricordo che mio fratello lo vedeva sempre.
Ora fa il filosofo.
Poi c'è un tipo, francese, di nome Tanguy Viel, che ha scritto un romanzo intitolato "Cinema", che è una sorta d'ininterrotto monologo di un protagonista che racconta, ripercorrendolo (sublimandolo) minuziosamente scena per scena, battuta per battuta, di come Gli insospettabili sia il suo metro di giudizio unico e irrununciabile per tutte le persone e i fatti della vita.
Vabbe', ora che ci penso, se penso a Michael Caine penso anche agli occhiali di Ipcress.
E se penso agli occhiali di Ipcress, poi penso anche a Pietro Longo.
Che fine ha fatto, Pietro Longo?
Se mi leggi, Pietro, ti mando un saluto.
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