Nei giorni scorsi è stato presentato a Milano La Vie d'Adèle, Palma d'oro allo scorso Festival di Cannes, mentre domenica anche i romani avranno la possibilità di vederlo. Inutile dire quanto già detto altrove, cioè che il film a mio avviso è un capolavoro, vorrei qui piuttosto parlare di come da quella presentazione trionfale sulla Croisette il regista di quel film, Abdel Kechiche, sia al centro di un confronto piuttosto violento in Francia.

Va detto che da tempo, al regista de La schivata, si rimprovera un carattere non proprio conciliante o comunicativo. Si ricorda la sua rumorosa delusione per non aver vinto il Leone d'oro a Venezia per l'ottimo Cous Cous. Ma soprattutto se parlate con chi fa cinema in Francia, soprattutto i tecnici, potete star certi che il buon Abdel, di origine tunisina, ma cresciuto a Nizza, si è fatto un mucchio di nemici.
La sua fama di autore rigoroso, che gira ore e ore di materiale, che pretende l'impossibile dalle sue attrici, si è complicata quando si è arrivati ad accusarlo di far lavorare tutti la domenica, anche molte volte di seguito, e fin qui ci sarebbe da ridire solo fino ad un certo punto; il problema è che non avrebbe l'abitudine di pagare i propri tecnici che lavorano in straordinario continuato e che tende a dare di matto se qualcuno se ne lamenta.
Voi direte: un regista può permettersi di portare avanti un film in questo modo?
La questione è che Adbel, formatosi alla scuola di uno degli storici produttori europei, Claude Berri, scomparso di recente e ricordato commosso a Cannes dallo stesso Kechiche, è ormai impegnato in prima persona anche come produttore dei suoi film. In Francia i sindacati, anche nel cinema, hanno ancora molta voce in capitolo e questa cosa piace sempre meno.
Mi sembra, però, che si tenda a confondere due piani molto diversi: da una parte il brutto carattere di un artista spietato che fa di tutto, anche derogando dalle buone maniere, per ottenere il meglio dalla propria opera; dall'altra, invece, il produttore (e regista) che sfrutta i propri lavoratori non pagandoli.
Insomma, di autori bizzosi è piena la storia del cinema, di produttori che non pagano anche... ma il giudizio su di loro è ben diverso.
Giudizio che è diviso fra la stampa e la critica francese, per lo più interessata, legittimamente, allo spessore dell'artista, e alla grandeur di un francese che realizza eccellenti film. E' il caso del settimanale Les inrockuptibles, tuttologo e molto di sinistra, che si schiera alla grande dalla parte di Kechiche, derubricandolo ad artista "che di scorda di rispondere grazie" e sottolinea come il regista debba lottare con tutte le sue forze per il "suo" film, la concretizzazione della "sua" opera d'arte, mentre i tecnici vengono ritratti un po' come dei mercenari, "che qualsiasi cosa accada incastrano un altro set subito dopo", mentre il regista deve aspettare almeno tre anni. "Kechiche preferisce circondarsi dei suoi fedeli e di esordienti devoti alla causa? Diamine, viste le sue ambizioni, sarebbe folle se non lo facesse!"

Non è casuale che in queste settimane dovrebbe concretizzarsi una trattativa durissima, che dura da molto tempo, per il rinnovo del contratto dei lavoratori del cinema e quale migliore obiettivo del film francese che ha trionfato proprio a Cannes, la vetrina del cinema mondiale?
Il sindacato ne ha sicuramente approfittato per sobillare un piccolo moto anti Kechiche, seguito da molti suoi aderenti e da qualche giornale (come l'autorevole Le Monde). Per quanto mi riguarda ho cercato di sintetizzare un aspetto, un po' per addetti ai lavori, ma di cui molto si parla in questi giorni in Francia. A proposito, molti parlano di crisi di quella cinematografia. Detto fra noi, saremmo tutti molto contenti se fossimo anche in Italia a quei livelli di crisi...
In chiusura di post, chi di voi può vada assolutamente domenica alle 17.30 e 20.45 al cinema Quattro Fontane di Roma a vedere quel gioiello di La vié d'Adele, in attesa di vederlo nelle sale italiane ad ottobre. Chi, invece, lo ha già visto a Milano potrebbe dirmi la sua opinione nei commenti